Fanni il resto agli Straccioni nel 1531

Fanni il resto agli Straccioni nel 1531

Fanni il resto agli Straccioni nel 1531
Su via che Piana
Porta a’ Monti
Varcuna monti
Mentr’artra appiana
E co’ discorsi,
Che poi en pretesti,
D’abbeverar le besti-
e allentanni i morsi
Dal baroccio iscende
Lo si mett’a stare
Mirando intorno valche bare
E magari un gotto prende’.
Orsù in codesta via
Stavino tanti campi
E Poggi fatti a stampi
Ma sortanto un’osterria.
E Tolomei a mesce
L’oste ivi delegato
Bello e che agghindato
Lalcui vattrino cresce.
E i denar di poveracci,
( un’erin propio tempi belli
Avevin che mangia’ e de firugelli)
Servivin pe’ vestissi delli stracci.
Sicche’ se volevi beve
Bisognava di torna’
Di Lucca e ‘un incappa’
In briganti di varche pieve
E stacci bene attenti
E guardassene d’ ispende
Vel popo’ che baco rende
E ‘un mangia’propio per venti.
Allòra chiedevi all’omo “un vino”
Sorbivi ritto ar banco
E anco se eri stanco
Sempre che’ lasciav’ il tu’ fiorino
E resto pari a centesimi due
Veniva vindi rilasciato
Sicché ripartivi sur selciato
Per sciambrottare in sulle bue
Ora, l’oste Tolomei,
Che era molto scartro,
Tra un avventor ell’artro
Sapea ben di cinqu fari sei
Et invece di due far resto
Proponeva spesso a indovinella
“Port ‘a tu’ figlioli caramella!”
E dimmi te se ‘un era lesto.
E novantanove funzionava
Che il poveraccio mette intasca
Pensando fusse cosa lasca
Se anco prole un po’ s’agiava.
Ma quando al cento
Passò di lì il Giannotti
Voglia perché l’ova s’erin rotti
O per la moglie di lui tormento
‘Un doviva propio essere aria
Si capiva già legando baroccio
Che ni sballonzolava forte l’occhio
E intanto lui santifiava.
Andiede al banco per un vino
L’oste mescette guasi colmo
L’omo lo guardò un po’ torbo
Ché dicesse balzello del fiorino.
Fu infatti in si maniera.
Così Giannotti prese a rufolar,
Intanto s’era fatto grimo il bar,
Con tutt’e due le mano la carniera.
Insomma per farla breve
Tiro’ fora novantotto caramelle
Stendendole a fila belle belle
Dicendo che pagava il beve.
A vell’altro ni toccò sta zitto
Perché quelli erino i su’ soldi
E ‘un poteva certo far discorsi
Ne’ quistioni di diritto.
Che poi s’accese discussione
E anco i vecchi di paese
Che ci lasciavin tutto ir mese
Cominciaron a danni del furbone.
Allòra non ci crederete
Da beve a tutti ni toccó offrire
Al Tolomei oste, ma a patire
Fu il Giannotti alle segrete.
Ché un è sistema né costume
A omini tanti onesti e retti
Di pagalli dei servigi co’ confetti:
Che ciò servi per tutti a lume.
Fu sancito con Decreto Regio
“ un vino costi inter fiorini uno
E il sol telaio confiscato a ognuno “
Scritto su targa ottone con un fregio.

Una pianta di Morus, volgarmente Gelso, la cui foglia era alimento dei bachi da seta “ firugelli” allevati nelle campagne di Lucca

Una parte del dipinto raffigurante “La sommossa degli straccioni” visibile nella Chiesa di San Francesco, a cui si sono ispirati altri artisti tra cui il lucchese Possenti, per proprie interpretazioni

La Madonna dello Stellario e sullo sfondo la Chiesa di San Francesco dove si tenne la sommossa

novelletta, nomi e storia di pura fantasia ispirati al dipinto “La sommossa degli straccioni” della Chiesa di San Francesco di Lucca
il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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