Ir Bimbin e ir cane di Cecco

Ir Bimbin e ir cane di Cecco

Era ‘n cardo becco e noi artri, fori ar bare di Badia, si stava com’ e polli su coll’ale a busca’ armeno quel popo’ di vento;

méglio di tutti stavino vell’n cannottiéra, bra’ette e ciabatte che perlomeno respiravino.

Di beve voglia ‘un ce n’era, che po’ sudavi subito, le mosche erino appiccicose com’er vando si vendemmia i moscini, po’ la stanchesza ancho s’ un avevi fatto nulla ( perché ancho un fa’ nulla, ‘un sembra, ma istanca ).
Ar massimo potevi gio’à a rubbamaszo o all’omo morto, perché ancho a pensà alli scarti faceva cardo.
Ogni tanto passava varcuno cor camioncino a piglià una bottiglietta d’acqua alla polla di Bongio, sennò valche signore più distinto cor macchinone, che doveva esse’ u’rappresentante o un menagè e allòra pigliava un caffè neancho coretto.
Noi a gambe larghe stravaccati si guardava tutti velli che entravino ner bare e po’ si facevino le teorie su chi potevin esse’:
“ dev’esse quello che lavora da coso…, sai vello che ha sposato a…., che sarébbe il nepote di….”
Alla fine tornava sempre tutto perché uno, che lo ‘onosceva o che conosceva uno di vesti nominati, c’era sempre.
E lòro che entravino, e vedevino il bare un po’ ‘osì alla semplice, facevino un po’ i sofistici, si guardavino intorno guasi fosse merda, pigliavino il su’ caffè neancho coretto arzando ir mignolo, pagavino con cinquantamilalire sane, che a Germano ni giravino i coglioni che doveva piglianni i’resto dar su portafoglio personale e po’ sortivano alla sverta riguardandoci noi e noi a riguardà lòro.
E quando ci vedevino lì bighelloni e fancazzisti si capiva ir su giudizio che un era di ‘attiveria tipo “la gente ar bare ni daréi foo a tutta! “ ma un popo’ mista di pena e d’invidia “ poveracci, guanta gente che c’è a casa, però bon per lòro….” e po’ “ oddio, io, ‘un mi ci cambieréi”.
C’era uno ar bare, lì trannoiartri, che lo chiamavino “bimbin” ancho se aveva già i su’ be’ sedicianni, stava lì con lòro a guarda’ come si gio’a a carte, a parlà di fungi, di pallon e varche speranśa l’aveva anche, di trovà un lavoro doppo la scuola o di viaggià e di trovà una bella fidanśata e finarmente…
Perché lì tra quelli grandi e l’omini, ir chiodo fisso era sempre vello, sempre, sempre, sempre a parlà di pelo e liddai.
E lu’ ‘un vedeva l’ora, ner pieno della su’ adolescienza tutt’un foo, di fa’ la su’ prima sperienśa .
Mi confessó un martedì che di siguro ‘un averebbe fatto la fine di Baralla, che “morì senśa assaggialla” però per òra ni sembrava d’esse’ propio come ir cane di Cecco.
Ir cane di Cecco era vello che,  quando l’artri cani trombavino, lù si leccava la fava!
Storia, nomi e luoghi di fantasia
il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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