La piccola Città e la Fanciulla del west

La piccola Città e la Fanciulla del west

Piccola città

Bastardo posto…

… tra la via Emilia

E il west”.

Dice il testo di una canzone di Francesco Guccini,  narrando di una piccola e “ troppo stretta” Modena compresa tra una strada e la campagna, il West appunto.
La realtà di Modena somiglia quella di tante micro-città tra cui Lucca, che hanno mantenuto il proprio profilo, forse la propria cultura, sicuramente le loro dimensioni ma anche qualche limite legato alla provincialità.
Lucca lo deve alla cerchia muraria ma anche all’ “attenzione” dei propri abitanti, che qualche invidioso apostrofa come parsimonia o ristrettezza di vedute.
Questa città d’arte non ha una via Emilia, probabilmente la più vicina si trova a Forte dei Marmi, ma certamente ha un West, una piana, un contado, una terra selvaggia fuori dal suo centro.
Una “Lucca-fòri”, bella quanto la più aristocratica “Lucca-drento”, fatta di valli, colline, paeselli, pievi, fiumi, ponti, boschi, giardini, ville, campi ma anche tradizioni, leggende, storia, cultura e genti che conservano la memoria dei propri luoghi e una “parlata” altrettanto colorata con lievi ma distinte sfumature a distanza di poche miglia.
Parlando del West a Lucca è impossibile non pensare all’opera del maestro lucchese Giacomo Puccini intitolata “La Fanciulla del West”, ambientata nella California terra dell’oro con protagonista la giovane, coriacea e bellissima Minnie, titolare del bar Polka contesa da vari pretendenti che “ancora deve dare il primo bacio”.
Per ogni adulto lucchese-DOC la Fanciulla del west era anche un bar storico in via Nuova, ora via Mordini, ma per i lucchesi-DOC ancora “via Nuova”.
Un bar fumoso illuminato di verde con un immenso bancone a cui bere e soprattutto una gran sala biliardi dove intrattenersi al gioco dei boccini, al gioco all’italiana, alla carambola, poi più tardi al pool e alla goriziana. Sull’ultimo il piano era riscaldato e aveva visto allargare le buche per quindi perderle…
Impossibile non fermarsi a guardare i giocatori sporcandosi il pantalone con il gessetto blu per “ungere” la stecca che immancabilmente veniva seminato su ogni piano d’appoggio ( e all’occorrenza seduta ).
Tattica, strategia, interminabili pause di riflessione nel silenzio più religioso e nella luce soffusa delle plafoniere penzoloni sui biliardi. Questi apparecchi  illuminanti fumavano loro stessi, un po’ per il calore sprigionato, un po’ in quanto evidenziavano la nuvola di tabacco traspirato e soffiato via o “un fil di fumo” proveniente dalle sigarette appoggiate rivolte all’infuori sul bordo del piano.
E, per diceria, vi si giocava pesantemente, così come nelle salette ancora più interne, alle carte;
prima a scala 40 a rientro poi al poker americano, ma pure a briscola, scopa, scopone scientifico, tressette, settemmezzo, omomorto, rubamazzetto.
Un locale simbolo dell’intrattenimento pomeridiano e notturno, del gioco a biliardo, del gioco a carte, della convivialità legata all’amicizia e al buon bere, ma, soprattutto alla cultura del bar.
il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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