Quattro chiacchiere con Giampaolo Bianchi

Quattro chiacchiere con Giampaolo Bianchi

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Passeggiando per Lucca avevo intravisto, nel suo suo atelier, il pittore Giampaolo Bianchi intento a leggere un “qualcosa” comodo su di un divano.

Già avevo superato di qualche passo la vetrina che mi è venuta voglia di tornare indietro per entrare.

Pochi metri per me e già lui aveva cambiato postazione e sedeva ora nella stanza sul retro, dov’è l’ingresso e dove probabilmente il maestro dipinge.

Ci eravamo incrociati un po’ di volte in passato ma dubitano ricordasse di me, invece calorosamente mi ha accolto e abbiamo scambiato quattro chiacchiere .

È sempre un gran privilegio poter intervistare i grandi artisti lucchesi e il pretesto di voler scrivere un articolo sulla loro opera viene sempre raccolto volentieri.

Così è stato anche in questo frangente benché di pubblicità Bianchi non ne avesse necessità considerato il curriculum di circa 60 anni di professione e gli importanti riscontri nell’ambiente artistico.

A Lucca tutte le case espongono una sua opera ma la sua fama e produzione artistica hanno varcato i confini nazionali iniziando quando giovanissimo ottenne un premio alla quadriennale di Roma con recensioni autorevoli firmate Moretti e Munari.

Ho chiarito di non essere un critico e che piuttosto sarei stato interessato all’aspetto umano così abbiamo iniziato.

Mi spiego meglio: tutti conoscono i dipinti di Giampaolo Bianchi ma ritenevo fosse interessante conoscere l’uomo dietro ad essi, il suo pensiero e l’anima che muove tale ispirazione.

Giampaolo Bianchi mi ha stupito per la naturalezza con cui passava da un concetto all’altro e la vulcanica facilità con cui dibatteva su argomenti assai complessi rendendoli comprensibili persino a me che molti non li padroneggiavo.

Su ognuno sapeva citare una sua conclusione in forma quasi di aforisma, a riprova dello studio, del ragionamento e del vissuto che vi aveva speso sopra .

“Ho dipinto per eliminare l’avverbio -inconsapevolmente- perché a vent’anni ritenevo che un pittore dovesse sottostare inconsapevolmente a delle leggi cosmiche”

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La discussione ha toccato molti argomenti, tra questi la città di Lucca che lui, crescendo in piazza San Francesco, ha vissuto e amato intensamente. Partendo dalla fisica e dal rapporto tra spazio, materia ed energia, soggetto sentito quasi in una forma di religiosa spiritualità, siamo approdati alla musica, passando per l’arte e la poesia.

Il legame altro non era che la regola aurea che catalizza tutte le discipline dunque anche la pittura.

Non è molto diverso un dipinto nella sua creazione dalla stesura di una composizione musicale.

Alla fine uno spartito, un libro, una dipinto partono da un vuoto, come una tela bianca, il cui equilibrio nel colmarlo segue le stesse regole che sussistono in natura.

Da lì il concetto di bellezza intesa come armonia generale dell’opera creata, che consista questa in un quadro, una scultura, una terzina dantesca, un pezzo dei Pink-Floyd oppure un film di Fellini.

Laddove non erano gli aforismi a farmi prender fiato ( e appunto ), una serie di metafore mi hanno fatto figurare il quadro del pensiero che Giampaolo si accingeva ad esporre.

“Considera un arco che viene teso per scagliare una freccia. La forza stabilita nella carica rappresenterà l’emozione che un artista riuscirà a conferire all’opera”

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Questo ha affermato per significare l’intensità impressa con maggiore o minore forza in un’opera constatando che molta arte del passato mai scadrà e continuerà sempre a suscitare forti sentimenti a prescindere dallo stile o dalla forma.

In alcuni casi ho cercato durante l’intervista di chiarire un mio pensiero, provando a trovare un modo altrettanto autorevole e originale, pur senza riuscire per come avrei desiderato .

Parlando poi dell’ispirazione , la “sorgente” dalla quale scaturisce il dipinto, il paragone è stato con la voce.

“Ciascuno parla con la propria voce”

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Sebbene un individuo si forzi nell’impostarla in un particolare tono, la propria voce uscirà sempre fuori perché quella è la versione naturale, unica e autentica di ogni persona.

La questione rimane sull’assecondarla.

Questo ha detto facendomi notare che per quanta arte avessi io osservato, la Sua pittura, quella di Giampaolo Bianchi, non potesse essere categorizzata o assimilata a qualche altro artista.

Tengo a precisare che questa affermazioni, come le altre, sempre sono state pronunciate con invidiabile integrità e soprattutto con l’umiltà che hanno soltanto i Grandi.

Anche il dilemma della crisi di ispirazione è stato risolto con lapalissiana saggezza:

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“Quando sono felice dipingo quando sono triste scrivo”

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Nel confidarmi che non era sua prassi iniziare più lavori insieme, dipingendo un solo pezzo per volta finché questo non fosse terminato ( qui non riferisco il paragone perché un po’ colorito ma assicuro che l’idea veniva resa efficacemente ) , mi ha raccontato di esser stato una volta per ben quattro mesi senza toccare un pennello.

Ha sopperito in questa occasione con lo scrivere . Se ben si osservano i suoi dipinti infatti, si scopre come una storia sia narrata nell’unico “fotogramma” concesso dal dipinto.


Tutta la sua opera fonda su un equilibrio che lui riconosce e paragona anche ad altri ambiti, la fisica per prima.

E nella pittura detto equilibrio si basa sui due fattori “gesto” e “tecnica”, l’uno soggettivo inteso come capacità individuale in termini di attitudine, l’altro oggettivo come una materia che si apprenda.

In questa dinamica, senza che nessuno dei due fattori prevalga, risiede l’armonia di un buon dipinto.

“Una pennellata in meno non sarà notata da nessuno, una di troppo potrà sciupare il quadro”

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– ha concluso Gianpaolo come per avvalorare l’affermazione precedente confermando quanto già avevo io riscontrato da solo nella galleria ovvero che ogni pezzo appeso fosse il frutto di una minuziosa ricerca compositiva che in altri si direbbe ossessiva ma che, parlando con l’artista, si percepisce come cifra naturale e ineluttabile.

 

di Dario “Lustro” Barsotti

il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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