Bignè, sor Buccellato e sora Biadina

Bignè, sor Buccellato e sora Biadina

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I ppinoli nella biadina

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Bastassino i ppinoli
a ismorśà l’ amaro s’è laina
-come buttà nella biadina-
anco alla vita, sai lavori?!
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Ne piglierei ‘n fottio!
Cucchiai d’ansuccaro ar caffè
Ne metto due o ne tiro tre?
E godi te che godo io…
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Ma c’è da galloppà
e tribolà anco tanto
mia trotterellà sortanto!
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Òramai biada ‘un ne vò punta
piuttosto fieno e dell’avena
…e ‘na biadina giù per vena.

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de Il Lustro

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C’era uno ar bare che si chiamava Bignè perché, da ragazzo, era stato pasticciere.

A dilla tutta come si chiamava davero ‘un lo só, ma noi artri giovinotti  si chiamava così fra di noi per intendisi e lù penzo ‘un l’abbia mai saputto che si chiamava “Bignè”.
A guardallo era piccino e tondo e un popo’ “Chiattino “, che po’ Chiattino era il nonno della mi nonna che c’haveva la mescita sur ponte a Casale e, da quanto m’han detto, più o meno ni doveva somiglià.
Che fine ha fatto Bigné ‘un lo so perché po’ noi si cambió bare, perché vello lì de’ Commercianti, nella via dell’uccellini e del becchime, chiuse e mi dispiaccue un monte anche perché Tristano doveva esse’ un brav’omo oltre che un bravo barista.

Insomma s’indava lì a beve la Biadina, che è un liquore di Lucca famoso in tutto ir mondo fatto con le erbe e la china di Lucca e servito co’pinoli per ismorsanni l’amaro.

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La Biadina la inventó Tista in piazza San Michele perché a’ viandanti li governavino dando la biada ar cavallo e la Biadina ar cavaliere.
Bignè era sempre lì a beve e a discore sempre di roba da mangià.
E per lù il mangià erino i dorci in primisse, che vengono prima de’ tordelli, dell’ansuppa cor cavolo, del brodo di ranocchi, del taglierino co’ fagioli, della frittata co’ loppori, del cuniglioro co l’ulive, del lesso di groppa, de’ fagiolini di San Ginese e di tutte l’artre prelibatesze che c’enno a Lucca e che c’han fatto mille libbri. E siccome haveva lavorato ancho in Germania diceva che ir dorce si mangia prima davero che der salato perché armeno si appresza di più vell’artri sapori; Io lai !!! come si faceva lo sapeva solo lu’ ! Comunque per capì ci capiva perché ti diceva delle torte co’ becchi fatte co’ l’amaretti, la cioccolata e méglio anchora co’ l’erbe de’ campi, delle trecce colla glassa piène di fii e noci, canditi e goccine di cioccolata, delle torte di semolino che fan a Camaiore, della polenta di ‘astagne, de’ necci pieni di ricotta e po’ der buccellato.

Bignè diceva che ir buccellato c’ha un’anima, che ha due faccie una bianca e una nera, iiin e iiian, buono e cattivo, povera e ricca, mastio e femmina, pacifi’o e inacciarito.

Infatti c’è fatto a ciambella, che secondo lu’ sarébbe la donna e la Natura e a ciabatta, a bischero, che sarebbe l’omo.
Po’ c’é più o meno dorce come la vita, che varche vorta é amara, perché ‘un va propio tutto come si vorebbe o magari ci piace così.
Si mangia tutto l’anno ma soprattutto per Santa Croce e per el palio de’ balestrieri.
È un dorce povero perché è guasi un pane con un popo’ d’uvetta e i semi d’anice ma pol’esse anche riccho se ‘un hai artro.
Il buccellatum era la buccella, il boccon di pane de’ romani, po’ doventó una corona tonda di rosette, la buccellae. Doppo la messa, la domeni’a, te lo infilavi ar braccio fino ar gomito e lo portavi sur tu dèsco: a que’ tempi comandavino anchora l’omini sicché sceglievino vello femmina!

“Chi vien a Lucca e ‘un mangia il buccellato

è come s ‘un ci fosse ma’ istato”.

Adagio Lucchese

“Prima si guarda e po’ va ascortato
‘Un occore che vadi annusato
Se l’attasti ci resti appicciato
Ner vin di Tore vol’esse’ ansuppato
Al braccio luciense vien indossato
Méglio se vien regalato
Mai dev’esse’ incartato
Bóno ancho accompagnato
Altri l’han provo e copiato
Guai s’ha lucchesi ni viene toccato
Ha tutt’i senzi lu buccellato”
Adagio Lustrese
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Il Buccellato – china e sanguigna de Il Lustro

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Le ricette di Bignè cor Buccellato
Se pensi d’esse diagrasziato perché t’é seccato come ir baccalà et è duro come una giova, provelo a passa’ sur foo che facci la grostina solo fòri e drento sia sempere dorco. Allòra ci sparmi il buro der contadino della Pieve e po’ ci mètti un’aringa affumiata , ma no sana eh, a pezzetti, mi raccomando. Po’ lo servi su una foglia di fio’ settembrino che ni esarta ir profumo e ir tatto. Bono come aperitivo accompagnato cor vino bianco di San Giuseppe.
In quel modo lì ci p’oi sparmà vel che ti pare, ancho la marmellata di pomodori e d’aranci, che ni fa accostamento un po’ agro, ma a chi ni piace…
Oppure la bottarga di Santo Stefano o l’ova di muggine di Bocca di Serchio.
Po’ fa’ come ti pare…
il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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