Ranocchio Biasciabodde

Ranocchio Biasciabodde

 

“Siamo tanti soli marinai

Per giunta d’acqua dolce;

Bisce e bodde di palude

Che discendono dall’uovo

E bramano naturalmente,

rotonde immense lagune”

Lustro

Una vista dei campi

Era omo di padule ‘r povero Ranocchio, si por dì che era l’urtimo omo, né nostri pòsti, che campava prati’amente di cacc’e pésca com’i primitivi e l’indigeni.
Lu’ partiva la mattina alle vattro col fócon a illuminà que poveri ranocchi per agguantalli a mano una pesacchiata d’un centinaio e venilli a vende’ puliti ar bare a centolire l’uno.
Se po’ ni chiedevino al Baracchin o a quarche artro restorante potevino doventà ancho cinquecento l’inniari ranocchi.
E ni dava bell’e che puliti, missi nell’orti’a per gonfialli un popo’ e colle  gambine incrociatte pronti per esse passati nell’ovo, nella farina mesza bianca e mesza gialla e po’ fritti.
Quel ch’un chiappava a buio lo ripassava a trovà a giorno perché lù i su’ amici ranocchi sembrava li conoscesse per nòme, sapeva induve stavino di casa, quanto ci mettevin a risortì fòri e quali erino i su’ parenti (dice si riconoscan dar colore…).

Particolare del fossato

E lu’, se lo vuolevi trovà, dovevi indà ‘n Gagno o su’ Rogio o dietro Moschieni fino a Pontedetto; lo vedevi lì, d’estate scarśo e per el freddo colli sciantillì, sempre in bra’ette e colla maglia tutta mótosa, diettro a su’ traffici.
Se ‘un ni risciva colle mano, che l’acqua der fosson era fonda, ch’aveva la canna col lopporino e in fondo la luma’a o lo straccetto rosso.
E i ranocchi che erino sempre incaloriti , c’andavin su’ e lù l’allamava e li tirava ner pesacchio ( sempre pieno bao ).

Uno dei fossi di Ranocchio

Finito velli passava al bilancino per piglià le tinche in frego o, se pioveva, l’anguille a mazzacchera con l’ombrello e i bei di tera infirśati sur filo di canapon.
Sennó c’erino le nasse, che se le faciva da sé con le canne e con i tralci di vite.

Il fossone Rogio, un tempo ricco di acqua veniva utilizzato per irrigare i campi allagandoli con sistemi a chiuse detti “incolli”, nello svuotamento i pesci che rimanevano nei fossati venivano pescati con varie tecniche più o meno ortodosse

Po’ lenśini lasciati a notte, biciretta colla dinamo di frodo, parate e incolli ner Guapparo o in ultimi la canna coll’amo ma quella era robba da fie, mia da lù.
Finito l’acqua passava all’aria, allòra reti alle passore, niidi de’ merli, paine collose per e lu’arini, trappole coll’uva per e tordi ma ir fucile mai. Piuttosto se vedeva una fagiana o una gallinella ni tirava una ghiova e po’, com’andava andava.

Il giunco selvatico, una pianta d’acqua molto diffusa lungo i fossati

Doppo veniva la tera, sicché pioppini sulle ciocche ( che le conosceva solo lù e ci discoreva ancho ), more, susine servati’e, fii dottati… ma rubbà a contadini mai, neancho un chicco d’uva.
D’inverno era un popo’ un casino perché tanta roba ‘un c’era, sicché raccattava dall’amico alla méglio ma po’ quando ri’ominciava ir su lavoro ricompensava sempre: la cosa che ‘un ni mancava era la memoria e la ri’onoscenza. L’aveva imparate a sta da sé tutto ver tempo, a pensa’ a giornate sane, a campà cor nulla nella  su baracchina che ‘un aveva lucchetti e neancho porte, era erta sull’istecchi e sulle tavole ingavorchiate a meszo metro dalla mòta.

un piatto di ranocchi fritti

Ma po’ cambiaron i tempi, ir mangià un era più l’uni’o bisogno essenśiale, i ranocchi, che mangiavano le mosche, s’accorsero che erino mosche intossi’ate, vense ir piano regolatore novo, i campi passaron murabili, i lucci erino meszi marci, ancho se notavino sempre, le scarbatre sapevin di mota ( per un dì di péggio ) i pioppini ‘un facevi più in tempo a coglili, i campi ni misero la rete, l’uccelli sempre meno o né musei sicché ancho ir povero Ranocchio dovette smette l’attività.

La mancanza di acqua

Veniva ar bare, bevicchiava, discore aveva sempre discorso pogo… piuccheartro “biasciava” . Faceva de’ versi colla bocca a tirà in fori la ganascia e mentre lo faceva soffiava e sgonfiava ‘r buszo.
Un lo só, vant’anni avrà avuto… cinquanta, cinquantaséi?
Noiartri sciabigotti ni si mise nome “Biasciabodde” e, senśa fassi vedé, ni si faceva ir verso.
Po’ sparitte, chi dice che è indato in Australia, chie che è a Poveri Vecchi.

Un romantico fosso

 

http://www.pescareonline.it/blog/p/le_anguille_a_mazzacchera.htm

 

il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
1Comment
  • Mariella Trolese
    Posted at 08:04h, 22 Febbraio Rispondi

    Letto con piacere, bella davvero la storia del biasciabodde,mi sarebbe venuto a mente di quanto erano buone le rane fritte. Passava il ranaro con una bicicletta con un canestro pieno di foglie e gridava…..”ranocchi, ranocchiiiiii…” Te le metteva in un foglio di giornale e vai col fritto.
    Caro Lustro, porti memorie di altri tempi, che fanno bene alla mente e allo spirito

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