Pretorio e le su’ certesze

Pretorio e le su’ certesze

C’era uno al bare che lo chiamavino “Pretorio” perché era sempre dietro a attende a’ preti.

Che po’ “Pretorio” vole dì della pretura, che è lo Stato, mi’a la Chiesa, ma si sa’ ne’ bari c’è ancho di mórta ‘gnoransa.
Pretorio sonava le campane la domeni’a, indava a serví come chierichetto, portava la croce a’funerali, tagliava l’erba fori dalla canonica, e faceva un po’ tutti ve’ lavori che il Pievano e quell’artri preti da sé ‘un ce la facebin  o ‘un lo potevin fare.
Insomma a Pretorio, che habitava a Vico, ‘un so se a San Pietro o a San Cassian, ni garbavino le scimmie, nel senso di prendile, nel senso che le prendeva, che si imbriaava via, come si dice!
E su’ comodini di camera, dormiva ner letto grosso della su’ povera nonna ( e moglie ‘un l’haveva ) invece dell’abagiù ci teneva di lanterne di vello bono rosso di Monte’arlo.
Diceva voleva sta’ bene, che ‘un ni doviva manca’ nulla, che ni veniva sete la notte armeno ‘un doveva inda’n cucina.
Quando veniva ar bare, arivava doppo ir vespro, pigliava ir su’ bicchierotto, po’ gioava a scopa, discoreva co’ su’ amici e via.
Se sentiva che smoccolavano, quando gioavano a carte o guardavino la partita di pallon, ni diceva che ‘un era il sistema e d’ismette subito, ché bestemmià il signore è cosa da ‘gnoranti e ‘ngrati.
E siccome aveva ragione, la gente smetteva però cominciavino i discorsetti a mezzavoce su’ preti, sulla ‘hiesa e su’sòrdi der Vatican.
Lù, che era uno de’ poghi esponenti ghibellini in quella sede, quando n’arivavino all’orecchi rispondeva così:
“ Il bare, signori miei, nascie come posto pubbli’o di cultura. Per chiamassi frassione un paese deve ave’ armeno una ‘hiesa e un posto pubblico, che po’ è il bare appunto.
E’ ner posto pubblico si pole parla’ di tutto ma co’ rispetto e educassione.
Mi’a sortanto di pallon, di caccia, d’amori frivoli, di governi laddri e di machine e motori!
‘Un sia mai di manca’ verso la religion, le donne, la famillia, il lavoro e tutti ve’ valori che ci rendano omini e no’ bestie.

I préti sono gente come noi, ansi di mórto ammodo perché per il lòro ideale han sacrifi’ato la su’vita; sai quanti vatrini s’é risparmiato di pissicologhi a confessassi?!

Il méglio préte che ho ‘onosciuto, i su’ fedeli e non, li veniva a trovà ar bare e de’ leccaculi e delle perpetue ‘un ne voleva traccoglioni”

Po’ però, quando ir gomito ‘ominciava a arśaśśi ce n’era per tutti, bianchi, rossi, neri e appallini.
E lu’ era viola che sembrava prendesse foo da ‘n momento all’artro, urlava, s’incazzicchiava,  ma violento mai e bestemmia’ neancho morto.
Che il bare e la parocchia ‘nsomma, erino un po’ come i ghibellini e i guerfi, i primi erino per el re, i segondi per el papa.

E lù, quando era briao ammodo,

diventava meszo guerfo e meszo ghibellin!

Noiartri, che s’era bamboretti, ci dicevino che c’avevin tirato su a brodo di ranocchi, che bisognava di sta śitti o discore solo vando pisciavino le galline.
Però s’aveva vell’età che ti sentivi di poté fa tutto, che un saresti mai morto, che ner momento giusto avresti potuto stende, con una ciarda, ancho uno di du’ metri e di diec’anni in più a te.
Sortanto varche anno doppo, inisziando a lavorà e a capì un popo’ come girava, si sarebbin appreszate le certezze e ir garbo di Pretorio.
il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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