Il mestiere di Speziale

Il mestiere di Speziale

Che l’attività dello speziale fosse molto importante nel medioevo è argomento noto.

Le malattie come la peste, la malaria e il colera erano assai diffuse e causavano vere e proprie epidemie; le cure ufficiali consistevano in preparati medicinali a base di erbe officinali miscelati in botteghe simili a drogherie che commerciavano tra gli altri generi anche libri, candele, essenze, dolci, carta e colori.

Sicuramente un commercio molto ricco e quindi ambito dai lucchesi del tempo che, come i lucchesi odierni, erano per certo parecchio “attenti” alla pecunia.

La distinzione tra le attività di farmacista e speziale sarebbe arrivata soltanto nel XIII secolo con Federico II pertanto la preparazione dei medicinali era un’arte nobile e delicata che tramandava le conoscenze antiche che furono egizie, arabe, romane e quindi europee basate essenzialmente su una farmacopea ancora non ufficiale prodotta con rimedi naturali di origine vegetale e animale allestiti da ricette scritte o tramandate.

Parallelamente all’attività di questi laboratori “alchemici” una serie di “dottori” guaritori itineranti si muovevano nelle città e nel contado condividendo, più o meno consapevolmente, alcuni segreti legati ai loro rimedi miracolosi.

Il resto era “stregoneria” tra i tanti popolani malaticci legata a credenze quasi pagane e senz’altro contadine.

Ma se è vero che la teriaca ( letteralmente dal greco “antidoto”), il preparato miracoloso antenato della moderna farmaceutica, arrivò in Italia solo con l’invasione degli arabi è altrettanto documentato che presso i conventi di monaci e frati questa esisteva di già, assieme ad una tradizione e conoscenza medica molto profonda e indispensabile.

Antidottari romani e altri scritti sarebbero stati accolti localmente dalle singole città italiane solo dal 1600,  anni in cui il farmaista ( senza la “C” ) e speziale lucchese Giuseppe Santini pubblicò il suo “Ricettario Medicinale”, un manuale per addetti ai lavori in cui erano erano contenute descrizioni, dosi, contenitori ma soprattutto metodologie di preparazione e formule con qualità e quantità delle sostanze.

Un moderno vademecum per i farmacisti che, per altri cinque secoli , prima dell’introduzione della farmaceutica industriale preconfezionata, hanno continuato a produrre le loro ricette secondo una farmacopea sempre più ufficializzata e standardizzata che ha convertito definitivamente l’attività da speziale a chimico-farmacista a farmacista.

Il XX secolo ha visto diradarsi questi “laboratori” galenici dall’insegna col serpentello,  anche se non è proprio rarissimo che, nella nostra città, alcuni preparati e prodotti specifici vengano commissionati dai clienti alle farmacie più antiche, che ancora li preparano con metodologie, ricette e ingredienti tradizionali.

Fino agli anni ‘60-‘70 un antipiretico per abbassare la febbre o decongestionare da uno stato influenzale invece di venir acquistato in pastiglie si ordinava in farmacia e ci veniva prodotto con polverine sapientemente dosate e confezionate in una cartina. Così per tutti gli altri medicinali più comuni inclusi gli sciroppi ed alcuni prodotti chimici usati in cucina ad esempio per conservare alimenti.

Tra gli speciali lucchesi più noti il nostro poeta, scrittore e illustratore Giovanni Sercambi, lo stesso Santini autore del Ricettario medico ma anche il Dottor Pasquale Massagli produttore dell’omonima china che curò la Lucca invasa dalla malaria nella seconda metà dell’Ottocento.

il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
2 Comments
  • Mariella Trolese
    Posted at 18:42h, 29 Dicembre Rispondi

    Interessante leggerti caro Lustro, il _vai dallo speziale a comprare lo sciroppo_ mia nonna veneta lo diceva ancora negli anni 60. Comunque nelle drogherie di allora dove tutto era nei barattoli, sacchi e bottiglie, l’odore era fortissimo, intenso che respirarlo a pieni polmoni ti..”drogava” davvero!
    Pensa che si andava a comprare alla drogheria il “flit” per le mosche e zanzare, ci si portava dentro una bottiglia qualsiasi che il droghiere riempiva con quel veleno assoluto. A volte si portava una bottiglietta per ” l’arkemense” per fare i dolci, e i due liquidi convivevano accanto….Nessuno è mai morto di flit o altre malattie, anzi, mi sa che stando dentro alle drogherie, anche i microbi restavano storditi….
    Forse ti raccontai già, ma la domenica gruppi di ragazzine a piedi o in bicicletta, andavano alla fontana dell’acqua a Guamo. Si portavano un cartoccio di ” “citrato”, un bicchiere per tutte e vai col bere acqua frizzante e fresca.
    Quando non c’erano soldi, nè auto, nè frigoriferi ..non lo so, se era meglio allora, decisamente era un vivere più vero, semplice e pieno di allegra brigata…
    Cordialità

    • il Lustro
      Posted at 19:20h, 04 Gennaio Rispondi

      Mari, quanti ricordi!!! E’ proprio vero: siamo dei nostalgici

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