La diabolica pietra de’ Bernardini

La diabolica pietra de’ Bernardini

La Pietra di Martin

C’ha misso mano,dimmi te

Ir Diaule e lo sciarbino

E l’istipito poerino 

‘Un ne vòl propio sapè.

Sfarinata la carcina 

Principi’a sverge ‘r muro

Aricciato,  secch’e duro

Bell’e ritto che ‘un combina.

Sarà Pietra di contado…

La riforma di Martino

E l’immaginina lèva

viene male sopportato:

Il broncon e lo spino

‘Un li pòi lascia’ per tèra!

(un sonetto alla méglio de Il Lustro)

Narra la leggenda che sia interceduto nientemeno che il Satanasso, nella vicenda legata all’edificazione dell’imponente palazzo dei Bernardini, ricca famiglia lucchese protagonista della politica lucchese dal cinquecento…

La Lucca non più medioevale risorge dai secoli bui e conosce le nuove costruzioni pubbliche o private che vanno a modificare l’aspetto delle vie, delle piazze e degli edifici. 

Gli archi che affacciano sulle strade e sulle corti, sede dei commerci popolari e delle botteghe di artigiani, vengono tamponati con muratura di calce e pietra ( il cemento è invenzione di oggi ). Le vicine cave di Matraia e Guamo e le varie fornaci disseminate nell’area delle sei miglia forniscono materiali e laterizi per tante imponenti nuove costruzioni, ricostruzioni e pavimentazioni.

L’opera più importante è senz’altro la nuova cerchia muraria urbana, quella attuale, iniziata nel 1503 e coordinata con uno specifico Offizio presieduto da sei delle famiglie lucchesi più influenti; l’edilizia comprende anche chiese (come San Paolino) e palazzi ( come quello del Podestà).

Uno degli architetti più attivi è Nicolao Civitali, figlio dello scultore Matteo, che in soli sei anni realizza un’ immensa residenza per il signore di Lucca, Martino Bernardini.

Dimensioni e sfarzo, come fu per l’altezza delle torri nel medioevo, sono i nuovi indici della ricchezza e del prestigio dei casati della nuova generazione di ricchi mercanti che stanno governando Lucca.

Il progetto si ispira a quello di Leon Battista Alberti per il palazzo Rucellai in Firenze e si realizza dal 1517 al 1523.

L’area di cantiere viene ripulita dalle costruzioni più vecchie tra cui altre abitazioni, chiese e chiesette ( si dice di Lucca “città delle 100 chiese, in realtà erano quasi il doppio…) 

Nel far questo viene tolta anche un’immagine della Madonna, molto venerata dal popolo in epoca di carestie e pestilenze, senza che venga poi re-inglobata nella facciata del palazzo antistante il grande spiazzo “d’agio” che le è stato ricavato.

L’architetto, su pressione forse dell’urgenza, forse del signor Bernardini, non intende modificare il suo progetto.

Si sa, “la fretta è cattiva consigliera” , ma la leggenda narra che a istruire Martino di togliere l’effige della Madonnina sia stato addirittura il Diavolo…

Il potente Martino, esponente dell’ oligarchia dei mercanti di seta, doveva nel suo amministrare far fronte a tante situazioni, dal mantenere la sua Repubblica Lucchese indipendente dall’imperatore Carlo V, a controllare i possibili amici della famiglia Poggi, a vigilare su possibili sommosse popolari o su probabili antagonisti politici…

La riforma martiniana del 1556, dal nome del suo promotore Martino, impedisce a chi non appartenga alla città, di ricoprire cariche politiche o amministrative limitando di fatto i diritti della maggioranza : gli abitanti del contado, il fuori dalle mura, come si suol dire “ esser Lucca drento o Lucca fòri”.

Già la Sommossa degli straccioni, i poveri del settore della seta, era stata sedata con l’aiuto di Camaiore, nel 1532 ed a nulla erano valse le recriminazioni dei tanti lavoratori del settore contro i provvedimenti eccezionali che li avevano visti usurpati nel loro povero lavoro.

Il cinquecento conobbe il delicato processo a Pietro Fatinelli , cortigiano e diplomatico dell’imperatore, “bellissimo giovane, …gratioso nell’aspetto e nel parlare piacevole” che con molta ambizione voleva prendere il comando di Lucca finendo poi giustiziato nel 1543.

E fu anche il secolo di Francesco Burlamacchi che, nell’ideale di creare una federazione Toscana di città libere, aveva organizzato le milizie del contado all’indirizzo di Firenze contravvenendo o spaventando però gli equilibri dei governanti lucchesi.

Fatto sta, che malgrado i vari interventi successivi, lo stipite in pietra non ha mai trovato la tranquillità della propria sede. A niente sono serviti le murature, le grappe in ferro, i cunei incastrati…

Come per uno strano sortilegio la pietra è ancora lì, cinquecento anni dopo, “scollata” e sporgente come un “broncone”.

Il “broncone” a Lucca è uno spezzone, un tronco o un ramo mozzato e pericoloso da urtare o calpestare, uno spezzone fastidioso  che minaccia di far male.

Un’istituzione ed un punto focale di grande interesse turistico per la leggenda che la avvolge in questo diabolico legame.

il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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