La leggenda di Clementina e la Torre di Parazzana

La leggenda di Clementina e la Torre di Parazzana

Disse la tinca 

al luccio

Vale più la mi’testa

Che tutto il tu’guscio

(Detto lucchese)

L’eclissi di luna e Marte nell’estate del 2018

 

Una leggenda lucchese romanzata alla méglio

Lucca, primo giorno di febbraio.
La notizia dello stato d’allerta meteo rimbalza qua e là.
Le forti piogge non cessano da giorni ed i canali non ricevono più l’acqua piovana; il vento burrascoso che si è alzato da sud ha un soffiare stranamente caldo ( adesso ) e sbatte sulle pareti e sui tetti con improvvise e chiassose folate da uragano.
Le famiglie se ne stanno nelle proprie dimore, rintanate come topi.
Le porte e gli scuri, chi li ha, li tiene serrati quasi dovesse scoppiare una guerra. 

Il sole è calato da un po’ e si intravede a malapena la linea dell’ orizzonte. I campi sono tutti allagati o melmosi ma le bestie, per ora, stanno al sicuro nelle stalle.

La torre però, bella diritta poiché mai subirà il tempo , è ancora lì al suo posto a indicare le vie,  stanotte deserte,  osservando le distese di verde e di acqua dove domani, (forse) sorgerà e tramonterà nuovamente il sole.

È il primo febbraio del 1619.

Già da cinque notti Clementina è svanita nel buio e nella nebbia di un temporale che di così devastanti non se ne rammentavano neanco  i vecchietti.
Sono arrivati fino al mare in Traversagna e oltre l’Arnaccio pisano senza trovarla. 
Poi, ieri, è riapparsa la sua barca, con le vesti della poverina piegate e appoggiate su una cassetta.
Sul sedile di poppa stava invece il suo bracciale, quello che si era intrecciato con il giunco e le vette di salice… 

C’era un tempo in cui le acque coprivano una buona parte della piana lucchese. Era il tempo in cui Lucca aveva un suo porto nel fiume Formica, a poca distanza dalla cerchia muraria e molti canali erano navigabili: una fitta fluida rete che, tramite il  Serchio arrivava al mare e, intrecciando con altre “arterie” fluviali minori, congiungeva al lago di Bientina e quindi al bacino dell’Arno.

Le acque e la vegetazione lagunare, abbondanti di fauna di ogni specie costituivano una piana acquitrinosa, più tardi divenuta il contado, scarsamente abitata in quanto ostile e malsana.

I villaggi in questa palude depressa potevano soltanto consistere in una sorta di palafitte raggruppate “ad aiutarsi” ; baracche costruite di materiali rudimentali nelle zone più ferme, o riparate, o vicine ad una qualche povera ma essenziale risorsa.

Poche strade percorribili con i carri di cui una, la via Wamense, costeggiava da nord i monti Pisani. Tra questa e Lucca era il lago, la palude, l’acquitrino. Un bacino navigabile con piccole imbarcazioni che si muovevano a forza di braccia, probabilmente pagaie e non remi, praticando pesca per sussistenza o trasportando le risorse delle colline ovvero la pietra e il legname.

La nebbia, in questo umido contesto, doveva rappresentare il solo panorama visibile nei mesi più freddi, mesi indubbiamente carichi di precipitazioni, talvolta violente, devastanti e impreviste , altre volte caute o infinitamente durevoli ma sempre e comunque incontrastabili.

La preghiera, unico conforto per queste genti contro le pestilenze diffuse, le stagioni matrigne e le continue carestie, si praticava in luoghi di culto rurali, edicole e immaginine quasi primitive inglobate nei muri delle capanne o affisse sui tronchi degli alberi.

Leggende fiabesche, mostri acquatici,  pozioni miracolose, stregonerie pagane erano il prodotto immaginario umano di un solo fattore che accomunava questi popoli: la paura.

Il timore del futuro, la preoccupazione di non aver di che mangiare il giorno successivo, l’angoscia per come sarebbero potuti sopravvivere i figli, il rischio di ammalarsi gravemente o peggio essere saccheggiati o derubati dai briganti; la paura di quella presenza costante che era la morte.

Più tardi furono costruiti edifici, in primo luogo delle chiese, ad identificare una comunità, un aggregato di famiglie, un punto di partenza da cui poter colonizzare i dintorni, che poteva essere su una collina ( in questo caso il campanile sarebbe stato slanciato come una torre a vigilare sul l’arrivo di probabili nemici ) o nel piano.

Nel “basso” il campanile avrebbe avuto un’altezza ridotta, per rimaner sotto la nebbia ed essere udito, non soffocando nel “fumo” , il più distante possibile.

Vi erano poi delle torri sul lago, punti di riferimento in un deserto  tutto uguale di acque e cannicci; torri in legno dove attraccare per scambiare le merci o incontrare altri “uomini delle paludi”; torri segnaletiche, misuratori di distanze o indicatori di confini, ma anche fari (in questo caso in pietra) ad illuminare con fuochi la notte o il  fitto della nebbia…

In questo contesto la Torretta Sandonnini, intitolata ad un’antica famiglia lucchese ( di cui un Nicolò fu vescovo in Modena ) ed edificata nel paduletto, poi frazione di Parazzana, aveva funzione di stiva per le merci e contemporaneamente di faro per i naviganti.

I lagunari erano per lo più pescatori o lavoratori che trasportavano materiali vari al solo cliente che detenesse denaro per pagare, l’interno della cerchia muraria.

C’era poi chi viveva solo di caccia e di pesca, un’attività primitiva che poi si mantenne prevalente nelle discendenze fino a tempi assai recenti, dove alcuni uomini campavano solo di quello.

Folaghe, gallinelle, germani, marzaiole, garzette, beccaccini, nutrie, tassi, arvicole, ratti-tarponi, ragane e ranocchi, bisce, tinche, anguille di lago e di bosco , lucci, pescegatti, scarbatre …le prede più diffuse: il cibo.

Trappole, nasse, laccioli, reti, bettibelli, bilancini, tramagli, mazzacchere, canne, fiocine, nude mani, parate, estratti velenosi, fuoco, esche … le armi utilizzate per assicurarsi queste carniere di prede, piumate, squamate o anfibie necessarie alla sopravvivenza del nucleo familiare.

Servivano alla sfamarsi nel giorno stesso o al massimo il  giorno successivo del quale venivano presi alla palude, salvo poi venissero essiccati e affumicati  poiché il sale si doveva ( e poteva ) soltanto  portare al drento di Lucca.

Un’attività da uomini che, nel caso la prole fosse tutta al femminile, necessitava comunque di esser svolta; così,  lungo i canali e sui fiumi, capitava di veder delle donne ed erano angeli sporchi di fango, luci bianche in mezzo alle canne lacustri, voci celestiali cui gli uomini si avvicinavano per goder dell’apparizione e del canto o soltanto per omaggiare con un saluto e meglio affrontare le opre  o l’ umido o la fame.

Tra le pescatrici che raccoglievano dal Paduletto al Gagno, la più ricercata e sognata era una giovane dall’aspetto salutare e dalla voce melodiosa di nome Clementina.

Tanto soave ( e capace lavoratrice – il che non guasta mai ) da essere ambita come “dama e regina di castello”  da ogni uomo che fosse in età da moglie.

Accadde però che tale celestiale creatura non convogliò nel prender marito nè ebbe una sua discendenza, in quanto una notte scomparve, si disperse nelle acque limacciose tra la nebbia e la boscaglia lacustre.

Fu durante un temporale violento, tanto scrosciante da gonfiare i canali ed il lago che così alto non si era mai spinto: le zucche furono viste galleggiare tra la terza e la quarta tacca delle quattro scavate nello stipite di pietra dell’uscio del faro.

Dodici giorni di pioggia incessante, grossa e fitta da far spuntare le branchie ai ranocchi e le orecchie alle anguille erano troppi anche per gli uomini.

All’umidità ci si poteva abituare ma al freddo risultava impossibile resistere specialmente quando quel poco di carne affumicata, appeso alle travi, era terminato.

Il gelo, allora, iniziava a manifestarsi da dentro, nello stomaco vuoto e rumoroso, nelle ossa troncolate e soprattutto nell’animo.

Clementina scomparve mentre governava la sua barchetta nella laguna gonfia di acqua e traboccante di stecchi.

Svanì cantando;

quel giorno cantava per farsi coraggio, per contrastare il freddo ed il tuono, per farsi udire da chi le stava pochi metri più indietro nella nebbia che tutto avvolge ed inghiotte.

Le ricerce durarono notti e giorni, le barche erano piene di pioggia e dovevano esser vuotate continuamente; si temeva il fulmine, così a muoversi nell’aperto come tante prede consapevoli di un possibile colpo.

Avanti a tutti il padre, convinto che fosse vicina, su qualche isolotto, legata ad una salia o ad un pioppo, poiché il suo mezzo, per lei che era esperta nella navigazione, doveva essersi rotto senz’altro.

Il fratello andò subito al mare, già era accaduto che un bimbetto, l’ottavo dei figli di Menchino,  preso da un malaccio mentre nuotava, non fosse poi “ricontato” la sera dal padre e che l’Ozzeri ( e quindi il Serchio ) lo avvessero accompagnato alle spiagge.

Lì lo avevano poi avvistato dei ragazzi che coglievano i nicchi, scambiandolo dapprima per un delfino, più per il colore e il gonfio del corpo che per le dimensioni in se stesso.

Pistello, figlio di Gino de’ Falegnami, che – dice– avesse chiesto di poter fare la corte alla ragazza, si era invece diretto all’altra Torre, sotto Ginese, dietro Colognora, dove spesso Clementina andava a trovare i parenti.

Forse era in pensiero per loro, forse era nei paraggi e aveva trovato più sicuro trattenervisi.

Il temporale era poi scoppiato e non era sicuro rimettersi in barca …e dispacci non se ne potevano mandare ( che tutti l’uomini erano in casa )… fuochi neanche accendere, che pioveva… come salire sul campanile di Ginese, fusse mai si fusse colti da una saetta.

Era un martedì quando il nepote di Nirdo vide spuntare sotto un  prunaio una punta, la punta d’una barca verde e marrone come gli stessi rovi. 

Ed era la barca di Clementina.

Chiamarono la madre per prima; il padre ed i fratelli erano fuori a cercare;

Riconobbe la veste della figlia, appoggiata su di una cassetta di legno nella prua, piegata e riposta come se la ragazza avesse deciso di volersi improvvisamente tuffare, ( come faceva in estate nel Rogio )senza considerare che si era in inverno, che pioveva e faceva burrasca da giorni e che il temporale stava portando via tutto.

Il fondale fu scandagliato, non fu difficile, lì era profondo appena tre metri, meno dei dodici in media tra la Torre e Lucca.

Niente.

Il corpo non venne trovato.

Si disse che lo avrebbe riconsegnato il mare ma ciò non accedde.

Nessun feretro dovette esser cremato, una funzione fu celebrata alla méglio, non rimase niente giacché niente avevano, se non il dolore…ma a questo ci si abitua perché bisogna badare alla casa, alle bestie, a lavorare senza ammalassi e ai figlioli.

Alcuna iscrizione fu messa sulla tomba poiché l’acqua l’avrebbe cancellata e soprattutto perché nessun sapeva scrivere, figuriansi légge‘, nulla.

Vi si appoggiò un bracciale, che la ragazza si era intrecciato con degli stecchi ( i vestiti servivano per le sorelle ) e poi fu il ricordo di tutti a lasciare una specie di foto a quanti passavano davanti a quell’albero accarezzando con gli occhi l’immagine di Clementina e rievocando con le orecchie la melodia cantata dalla sua voce di bimba.

Fu primavera e tempo di maggetto , il colore del padule da grigio-verdognolo divenne celeste e pistacchio. I bambini già al mattino si tuffavano da sotto la Torre e ridevano e si schizzavano.

Le donne coglievano gli erbi, soprattutto cicerbite, così da lessarli.

L’uomini che non erano a pescare o a caccia erano tutti d’intorno alla catasta del carbone, a sotterrar la legna prima di attendere al  fuoco. Davanti Massaciuccoli di là tra il lago di Tóre e il mare, la scavavano in pineta la torba; di qua dal monte, se si voleva affumicare e scaldarsi era bène preparanne.

Calò la sera dopo un tramonto dei tanti;  la luna , a notte,  eccezionalmente avrebbe coperto:  i vecchi dicevano sarébbe doventata rossa di foo come vella stellina più sotto.

Giovinotti e meno, avrebbero vegliato da qualche donnetta e l’argomento non sarebbe stato il tempo ( o la pesca o chi se n’era andato e chi maritato ) ma l’eclissi.

Quella volta la baracca in cui stare fu quella  di Agarina la vedova di Beppin di Giusto, a pochi metri dalla  Torre dei  Sandonnini.

Fu come un sogno.

Un sogno collettivo e reale, come la miseria, che si toccava con mano, come la pietra di Wamo che pesava de’ chili…

un sogno che suscitava  speranza  e al contempo terrore…

La voce era quella, impossibile non distinguerla, tanto era dolce, la canzone simile alle altre di Clementina.

E sembrava venir di cima alla torre, dalla finestra da cui per scherzo, talvolta, chiamava i fratelli più piccoli a desinare.

A correre in cima fu per primo Pistello che mai si era rassegnato ad averla persa per sempre.

Di sotto il canto continuava ed i veglianti arrivarono intorno al faro.

Uno, camminando e guardando all’in sú, cadde goffamente in un fosso, ma nessuno, vedendo la scena, si fermò per vedere o sorriderne.

La voce continuava a riempire il silenzio della notte, il sommesso strusciare dei cannicci al vento, lo scavare dei topi sui cigli.

Pistello arrivò in cima, si arrampicò persino sul tetto a vedere…

…ma non c’era nessuno.

Il Canto di Clementina

Acque che placide

dal Paduletto

al mi’ Gagno

abbondate di lucci

e tinche e ranocchi

rendetemi voce 

ch’io possa cantare

al mi’ amore la vita 

che lieve scorre

tal che la barca

tra il canniccio

e il crescione, 

uguale alla biscia 

che libera nuota

sul velo lacustre

svanendo ne’ cigli.

-così io dispersi-

Nel buio dei gigli,

di nebbia palustre,

la barca ormai vuota

ancor orfana striscia,

dal Rogio al Fossone,

nel grigio limaccio;

Quivi ormai stanca,

di dentro una Torre

 e del corpo bandita

tra ratti e zanzare,

lasciai precoce 

l’anima e l’occhi

ne’ nubifragii.

Agli astri ora canto;

Tanto v’ho detto

Acque che Placide

Fonti storiche:http://www.bartolomeodimonaco.it/online/leggende-parezzana-e-la-torre-sandonnini/

il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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