Ai tempi di Pinocchio, tra Leopoldo II e Napoleone III

Ai tempi di Pinocchio, tra Leopoldo II e Napoleone III

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C’era una volta…”

“Un Re?”

“No, un pezzo di legno! ”

( Capitolo I )

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Un incipit tipico favolistico. Il classico preludio che accarezza, senza svelare, un tempo senza tempo, un’epoca indefinita, la quale comunque ad un certo punto, è stata.

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L’introduzione alla favola di Pinocchio, una fiaba che di “fiaba” ha ben poco, avvia ad una  lettura ( e rilettura ) che apre ogni volta nuovi scenari pregni di simboli, riferimenti storici, assunti morali e religiosi dalla profonda complessità, quasi, di un testo sacro.

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Dei testi sacri d’altronde Pinocchio ha gli stessi numeri in tirature editoriali, se si considerano le pluri traduzioni, le edizioni teatrali e cinematografiche che l’hanno portato ad una diffusione planetaria fin dalla sua prima uscita a puntate alle ultime versioni digitalizzate.

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Non è un caso che un noto attore di teatro definisse “Le avventure” un autentico romanzo dalla valenza letteraria e ricchezza nella trama, superiore al tomo manzoniano de “I Promessi Sposi” .

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È altresì innegabile che il racconto affascini piuttosto un pubblico adulto quando invece, quello più giovane, preferisca la versione cinematografica, animata o illustrata.

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Un “tempo” e un “Re”, due concetti assai labili, così labili che il primo non venga mai specificato nel libro mentre il secondo cessi irregalmente d’esistere già dalla seconda riga venendo, il coronato, spodestato da un modesto “pezzo di legno”.

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Per definire il tempo di Pinocchio risaliamo questo umile “albero”, produttore di semplice legna da catasta ( quindi da ardere ) ed arriviamo in un paterno bosco ove è inevitabile lo smarrirsi nella vasta genericità delle specie vegetali e nelle innumerevoli mappe topografiche delle tante colline toscane.

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Ma da dove viene questo semplice legno da catasta destinato ad ardere in un camino? Forse da un paterno bosco, ove è inevitabile lo smarrirsi nella vasta genericità delle specie o dalle tante coline toscane, coronate da innumerevoli varietà di monti.

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Ma questo legno-burattino-bambino dovrà certamente aver avuto un padre…

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Non credo sia un grande azzardo affermare che il padre di Pinocchio fosse lo stesso Carlo Collodi, suo visionario creatore, così come il suo babbo, nella finzione del narrato, fosse quel Geppetto detto “Polendina” per la sua candida e ingiallita parrucca.

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I tempi di Geppetto, ossia quelli rinvenibili dal narrato, sono verosimilmente quelli di Leopoldo II di Lorena , il Granduca di Toscana. Lo si evince dai nomi delle monete citate nel libro…un “soldo” valeva ben 3 “quattrini” e 400 quattrini facevano uno “zecchino” d’oro. Questi diversi tipi di conio sono spesso nominati nel testo e, per attualizzarne il valore, si ricorda che con un soldo si poteva acquistare circa mezzo chilo di carne ( alimento di lusso e privilegio di pochi ).

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“Invece dei quaranta soldi luccicavano nel portamonete ben 40 zecchini d’oro nuovi di zecca.”

( Capitolo XXVI )
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Geppetto, (babbo di Pinocchio) e Leopoldo II, ultimo Granduca di Toscana, “babbo” dei tempi del racconto, avevano tra l’altro in comune la bionda capigliatura: il falegname indossava una parrucca, il nobile era, per così dire, “un parruccone”.

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Leopoldo, governante dal 1827 al 1847, acquirente del Ducato di Lucca da Carlo Ludovico di Borbone, fu un oculato regnante, molto religioso e poco mondano, che a Bagni di Lucca si mostrò soltanto per il quotidiano giro in carrozza annunciato da un rintocco di campana.

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Il biondissimo e bacchettone austriaco fu soprannominato dai soliti toscani burloni e irriverenti come “Canapone” , per via dei fluenti capelli color della canapa…non mi sorprenderebbe che il Lorenzini avesse usato invece l’appellativo “Polendina” onde citarlo nel racconto, per evitare di render troppo esplicito il riferimento.

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I tempi dello scrittore Lorenzini, invece, sono la restaurazione ed il risorgimento o più semplicemente il passaggio dal Congresso di Vienna all’unificazione del Regno italico.

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Un’epoca in cui i vari aristocratici si vanno a riappropriare dei loro possedimenti, un tempo usurpatigli dell’imperatore dei francesi. Il “no alle repubbliche” diviene l’imperativo di un tempo in cui i vari sconvolgimenti approderanno alla ridefinizione delle nazioni tra cui quella italiana.

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Ma partiamo da prima…

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I cinque decenni antecedenti la nascita dello scrittore sono stati caratterizzati da un personaggio ingombrante, determinante e discusso, la cui fama e discendenza resteranno protagonisti ancora per molti anni: Napoleone Bonaparte.

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Avrebbe il Lorenzini potuto tralasciare nel suo Pinocchio una così importante figura?

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I Bonaparte, nobile famiglia corsa, salgono alla ribalta con il generale Napoleone, statista e primo imperatore dei francesi che mise insieme tutta l’Europa occidentale per poi sconvolgerla nuovamente con la rovinosa disfatta di Waterloo.

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Il figlio, Napoleone II , soprannominato l’aquilotto, sarà imperatore per soli due giorni, di fatto senza mai essere riconosciuto come tale dai francesi e senza mai governare la Francia.

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Ho conosciuto un’intera famiglia di pinocchi e se la passavano tutti bene…”

( Capitolo III )

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Di tutta questa famiglia di “poveri pinocchi”, le cui vicissitudini politiche sono state assi travagliate determinando un’inevitabile decadenza del casato, ci si deve soffermare sul Coronato coevo del Lorenzini che in Bagni di Lucca soggiornò lungamente.

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Il casino di caccia di Benabbio ed altre prestigiose residenze allocate nella val di Lima, furono le alcove amorose, le case di vacanza e il rifugio del cugino di Napoleone II, il Carlo Luigi Napoleone Bonaparte che fu poi Presidente della Repubblica e quindi Imperatore dei francesi regnante col nome di Napoleone III.

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Un autentico Pinocchio, o meglio per eccellenza, l’avventuriero Pinocchio dell’epoca.

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Carlo Luigi fu una figura di spicco che seppe destreggiarsi tra le fugaci avventure galanti e le grandi manovre politiche che stavano ridisegnando l’Europa e quindi l’Italia. Grandi successi alternati a pessime sconfitte considerato che si trovava spesso coinvolto in fughe rocambolesche, arrestato, condannato, carcerato, esiliato al pari del burattino collodiano.

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Victor Hugo, uno dei massimi scrittori dell’800 e autore de “I Miserabili”, appellerà Napoleone III col nomignolo “Le Petit”, un Bonaparte più piccolo che mai diventerà grande come l’originale Napoleone, una sorta di burattino che nelle tante vicissitudini approderà a non divenire un uomo come lo zio, ma un nuovo “petit” bambino…

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Fu soprannominato anche Napoleone “Badinguet” dal nome di un operaio al quale aveva preso in prestito gli abiti e molte sono le dicerie che lo ritraggono “travestito” per fuggire all’ira di qualche marito al quale stava momentaneamente sottraendo la sposa.

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Napoleone III, presente fin da ragazzo nella ridente cittadina termale, fece ritorno nella Val di Lima intorno al 1830 quando un suo colpo di stato fallì “miserabilmente”. Qui, nascosto da Carlo Ludovico e lontano dai suoi oppositori, attese tempi più tranquilli per rientrare nella sua nazione.

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Il casino di caccia messo a sua disposizione dal borbonico era quello di Benabbio nella località Belvedere, il luogo da cui si può ammirare tutta la bellissima Bagni di Lucca.

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Per la cronaca, è leggenda più recente ma sempre di leggenda si parla, che il Collodi, scendendo da Benabbio verso Bagni, soffermandosi ad ammirare il paesaggio dal Belvedere, avesse pronunciato le parole ” Ecco, questo è il Paese dei Balocchi!”.

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Si deve ora sapere che Carlo Lorenzini fu un critico assai attento e sagace degli avvenimenti politici che interessarono la sua terra.

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All’epoca dei moti del 1848 fondò una rivista di satira umoristico-politica dal nome “Il Lampione” e prima di dedicarsi all’editoria per bambini fu un uomo culturalmente impegnato e anche un patriota arruolato nel reggimento sabaudo.

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Sarebbe quindi una tesi così assurda pensare che il Lorenzini si fosse ispirato alle vicende del terzo Napoleone e abbia voluto mettere in satira persone, ambienti e modi di vivere dell’epoca?

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Un cronista ed intellettuale attento come Carlo Lorenzini, peraltro con una gran vocazione storica ed umoristica, condividendo con Napoleone III l’epoca, i luoghi e gli avvenimenti, potrebbe in qualche modo aver dedicato queste due righe sulla “Famiglia di Pinocchi” al nobile tanto discusso nelle cronache del tempo e perché no, avergli dedicato il nome Pinocchio.

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Una curiosità:

“Pinocher” variante del verbo “Pignocher” significa in francese “mangiare senza appetito, speluccare” ma anche, in senso figurato, “compiere piccole ruberie”.

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Il tema della fame ed anche del furto sono delle costanti che accompagnano il protagonista nell’intero racconto.

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de Il Lustro

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Una vecchia edizione del racconto

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il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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