Mi piacerébbe di fermà…

Mi piacerébbe di fermà…

Delle more di rovo, incontaminate dallo smog

Mi garberebbe di ferma’…

Mi garberebbe di ferma’

La roba a quer che sa’:

Le pèsca ar nettarino 

Ir sol ner ciliegino ;

La parlata a’su’ colori

Le genti drento e fòri;

I discorsi ne’su’senśi

I monti verdi e immenśi;

Ner mare li straccali

I retoni intorno a’ pali;

I pesci drento ar fiume

La luna cor su’ lume;

Le bestie per e campi

Le farfalle ch’un l’agguanti.

Fors’è solo un’utopia

Ma la vò ferma’, ch’è mia.

A Lucca il tempo sembra essersi fermato. Camminare nel centro, il drento, fa rivivere le epoche passate ed ogni edificio, ogni via, ogni chiesa e monumento raccontano una storia incredibile.

Lo stesso avviene nel contado, nelle sei miglia e poco più, dove i campi sembrano sfiorare le mura ignorando una periferia quasi inesistente.

Ma il tempo è inarrestabile e, malgrado non ne abbiamo una percezione reale e immediata, le cose stanno cambiando e perdendo un po’ del loro gusto.

Come la roba dell’orto o dei frutteti che non ha più lo stesso gusto di quando eravamo piccoli ( ma in fondo chi si ricorda il sapore di una ciliegia raccolta dal ramo?!? )

…la stessa parlata, le cui sfumature variavano a distanza di poche centinaia di metri da paesino a paesino, si sta evolvendo e viene bistrattata quasi fosse una vergogna il parlare come i propri vecchi.

Una perdita incolmabile delle proprie origini, della propria tradizione e della propria cultura.

Questo avviene dentro le mura, fuori dalle mura, dalle colline alla costa e perfino nel cielo dove la luce lunare sembra aver perso un po’ del suo antico splendore, disinnamorandosi di questo mondo che ha corteggiato dalla notte dei tempi.

Un’anśucca gialla

il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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