Elena Gollini : il Lustro

Elena Gollini : il Lustro

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Recensione critica a cura della Dott.ssa Elena Gollini

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DARIO BARSOTTI

“IL LUSTRO”

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Relazionarmi con il poliedrico ed eclettico artista-creativo Dario Barsotti “Il Lustro” è stato molto piacevole e sono entrata subito nel suo modus, ho creato un feedback arricchente e costruttivo a livello reciproco e vicendevole. La parola comunemente utilizzata nel gergo e nel linguaggio attuale corrente per definire e inquadrare la sua tipologia di appartenenza è emergente, ma ritengo che sia alquanto e decisamente riduttivo considerarlo soltanto tale in senso stretto e in senso lato, nonostante il suo percorso sia relativamente breve. Infatti Il Lustro si porta dietro un bagaglio di vissuto molto pregnante e molto intenso, che lo ha fortemente forgiato e temprato e ha segnato in modo palese e marcato tutto l’iter artistico, che sta portando avanti con trepidante slancio e appassionato trasporto. Questo patrimonio articolato e sfaccettato di esperienze ed emozioni è senza dubbio un grande plus valore aggiunto, un enorme rafforzativo avvalorante e qualificante, che supporta e sostiene la sua fervida vena creativa e la sua incalzante e incontenibile voglia di fare e di sperimentare. Questo potente dinamismo di pensiero e di vedute si imprime e si trasmette anche di rimando nella sua variegata produzione pittorica e influisce positivamente sull’imprinting contenutistico e sostanziale, oltre che sulla componente estetica e formale. Nell’analisi e nell’osservazione attenta dei suoi palinsesti narrativi ci sono degli aspetti che riflettono e rispecchiano appieno il suo vivere quotidiano, quanto ha già vissuto e quanto spera e si augura di poter ancora vivere, il tutto in perfetta e bilanciata alchimia con l’ispirazione fantastica e con la sfera dell’immaginario, che alimentano, integrano, completano e vivacizzano l’apparato scenico e strutturale. Ne Il Lustro convivono insieme in equilibrata armonia due facce di una stessa medaglia, tra loro speculari e al contempo ambivalenti, che negli anni hanno trovato una loro particolare simbiosi di coesione. Nelle opere questa dimensione duplice emerge e si manifesta in modo più o meno diretto ed esplicito, talvolta affiorando in superficie più delicatamente, talvolta con più energia e carica vibrante e prorompente. La personalità camaleontica e trasformista gli consente di cimentarsi con successo affrontando tematiche eterogenee, che pongono però sempre in primo piano la dimensione umana ed esistenziale, la sfera psichica e psicologica, acquisendo una valenza concettuale propria. A Il Lustro non interessa fare dei semplici esercizi pittorici fini a se stessi, ma cerca invece di coniugare insieme la piacevolezza esteriore con la profondità e la pienezza interna ed intrinseca. Ad ogni creazione corrisponde per assonanza un peculiare messaggio codificato e cifrato, con il quale Il Lustro vuole esternare tutto quel corollario interiore e introspettivo guidato dal moto intimo dell’anima. Mente e cuore convergono e vengono posti sullo stesso piano e sullo stesso livello, poiché Il Lustro non è mai abbandonato all’istinto e all’impulso incontrollabile e irrefrenabile, ma si muove sotto la spinta e il motore trainante dei comandi emotivi ed emozionali ragionati e razionali. Le creazioni nella loro formulazione espressiva sono sempre frutto di un’ideazione progettuale a monte mirata ad hoc e studiata nel minimo dettaglio, proprio per poter avere quella resa impattante ottimale e garantire un effetto immediato. Il Lustro sceglie di essere se stesso sempre e comunque nel bene e nel male, nella vita così come nell’arte. E questo certamente gli rende grande merito. Non si nasconde e non si trincera dietro un approccio creativo sommario e spicciolo, tanto meno dietro superficiali e marginali ideologie effimere e fittizie. Il Lustro cerca l’essenza dell’essenza, quel fulcro centrale, quel nucleo nevralgico primario, quel seme costitutivo fondamentale e imprescindibile, che rende l’arte davvero universale come linguaggio e fonte di comunicazione assoluta. Nel mostrarsi versatile e volitivo si rende davvero determinato e intraprendente, ma non supera mai il limite sfociando in inutile e sterile esibizionismo e protagonismo. L’arte per Il Lustro è messaggera per eccellenza e per antonomasia di aggregazione, di condivisione, di comunione, di valori e di principi autentici e imprescindibili. La sua scelta è convinta e motivata e si ripercuote anche di rimando in quel pregevole senso di appartenenza in quel rassicurante limbo di verità schietta e diretta. Il Lustro sceglie di innescare e di innervare nel suo modus pingendi la componente della sua territorialità, che diventa una caratteristica ricercata e voluta come ulteriore specchio riflesso del proprio essere, del proprio ego intimo, della propria forma mentis, della propria concezione esistenziale distintiva, del proprio senso dell’essere e dell’esistere. Ecco perché tutta la sua produzione pittorica richiama una sonorità prettamente legata ad intreccio con le sue origini toscane e precisamente lucchesi. Per Il Lustro Lucca non è soltanto e semplicemente la sua città di nascita e di vita quotidiana, ma è un cosiddetto macrocosmo-microcosmo territoriale elitario e prediletto, il suo locus ameno inviolabile e intoccabile, il suo rifugio speciale ovattato e rassicurante, il suo unicum fuori dal tempo e dallo spazio. Lucca rappresenta idealmente quella trasposizione traslata della cosiddetta comfort zone, dove Il Lustro sente di potersi svelare e rivelare liberamente, di essere se stesso senza maschere e senza inibizioni, senza paure e senza remore. Ci tiene davvero Il Lustro a far emergere questo rapporto di simbiosi unico ed esclusivo con la sua amata Lucca, perché gli trasmette forza, coraggio, tenacia, caparbia, audacia. Il suo impegno di ricerca pittorica coincide dunque con l’intento di rendersi portavoce di un messaggio collettivo e comunitario, che va oltre e vuole accentuare e valorizzare l’importanza del nostro senso di appartenenza, la nostra coerente e consapevole gratitudine e riconoscenza verso quelle radici, che sono la base di fondamento indispensabile ed essenziale per edificare e costruire il nostro sviluppo e la nostra evoluzione individuale e parallelamente sociale. Il Lustro si rivolge in primis alla sua comunità cittadina per generare un rapporto di relazione attivo e interattivo, mettendo a disposizione il proprio talento ed estro e offrendo a tutti un’occasione e un’opportunità di libera fruizione. Ciò non significa per altro, che l’arte de Il Lustro sia soltanto destinata e circoscritta ad una fruizione specificamente territoriale, in quanto Il Lustro partendo dal suo campo-base della città di Lucca aspira ovviamente ad ampliare ed estendere il suo raggio d’azione, per arrivare ad aumentare la sua cerchia di contatti. Il Lustro considera l’arte come potente ed efficace propagatrice di sapere e di conoscenza, che dev’essere posta alla portata di tutti e resa accessibile a tutti. Pertanto la sua arte pittorica diventa testimonianza concreta, visibile e tangibile di come partendo dal concetto di locale-territoriale si può poi invece propagare ad oltranza e a tutto tondo il concetto di territoriale-universale. A livello espressivo e stilistico Il Lustro è certamente meritevole di apprezzamenti. È riuscito a ricavarsi una propria cifra peculiare subito riconoscibile e ben qualificante, senza perdersi e disperdersi in pedisseque emulazioni copiative banalmente ripetitive e scontate. Tanto meno Il Lustro ha depauperato le sue preziose risorse focalizzandosi su orpelli macchinosi e sofisticati e su ridondanti elucubrazioni complesse e complicate. Il Lustro ha scelto di intraprendere la strada della chiarezza fluida e scorrevole, ha scelto di dispensare una trasparenza genuina e cristallina e ci regala immagini fortemente evocative e rievocative, capaci di accendere nello spettatore un tumulto accorato e di accrescere quelle percezioni sensoriali, che consentono una visione completa e compiuta e producono un’interpretazione recettiva esaustiva e con più chiavi di lettura. Il Lustro ci racconta di sé e della sua vita e contemporaneamente ci esorta e ci invita a guardarci dentro, a fare uno scandaglio analitico e a raccontargli a sua volta del nostro vissuto, delle nostre idee, delle speranze e delle aspettative che ci proiettano e che proiettiamo verso il futuro. Quando Il Lustro apre il suo cuore e la sua anima ci aiuta a fare lo stesso e ci sprona a farlo con la massima sincerità e franchezza, perché soltanto così si può davvero riuscire a migliorare e a progredire nella sensibilità umana. A livello strumentale Il Lustro dimostra di aver acquisito e consolidato una maturità piena, una piena destrezza e dimestichezza. Le opere sono curate con dovizia certosina e meticolosa e offrono delle combinazioni figurali accattivanti e delle sequenze compositive vincenti. Gli accostamenti cromatici e tonali sono sempre ben dosati con giusta misura e proporzione, senza mai risultare eccessivi ed esagerati e tanto meno inadatti e inappropriati alle prospettive strutturali globali. Sono rappresentazioni di moderna concezione e impostazione, molto attuali come tendenza e al passo con i tempi, che riescono perfettamente a fondere insieme tradizione e modernità, conservazione e innovazione, attraverso espedienti e accorgimenti molto centrati e azzeccati. Cultura del bello e dell’ideale della bellezza
artistica. Il Lustro trova sempre delle soluzioni congeniali e convincenti e riesce a coinvolgere, ad attrarre e ad attirare fin dal primo sguardo, convogliando lo spettatore direttamente dentro la narrazione, facendolo addentrare nelle contestualizzazioni e diventare egli stesso parte integrante, attore e coprotagonista. Non è facile esporsi come fa Il Lustro a un confronto così totalizzante con il fruitore, perché lo rende per certi versi esposto, vulnerabile e giudicabile. Ma Il Lustro accetta in toto questa sua assoluta esposizione, questo mettersi a nudo anche con le sue fragilità. Non lo spaventa e anzi lo attrae e lo incita ancora di più. Per Il Lustro l’arte è come la vita e viaggia di pari passo e in parallelo con essa. E così come nella vita serve la massima onestà morale e intellettuale, anche nell’arte bisogna mantenerla sempre integra e intatta. Da qui anche il desiderio di allacciare e stringere degli scambi con altri artisti della sua zona e non solo, di aprire e animare un dialogo costante, di rapportarsi con estrema spontaneità non soltanto in ambito creativo, ma a tutto campo con il proprio sentire, senza competizione e antagonismo di alcun genere, ma con enorme spirito di vera e disinteressata coesione. Arte e vita coincidono per Il Lustro con il suo radicato senso di generoso altruismo e magnanima disponibilità. E questo è davvero il cosiddetto fiore all’occhiello del suo guizzante genio creativo. Concludo le mie riflessioni critiche fatte con grande afflato empatico verso Il Lustro e le sue speciali creazioni-creature pittoriche facendo emergere alcune parole chiave e alcuni concetti filosofici che ritengo possano essere molto funzionali per dare a chi è e sarà fruitore-osservatore di esse un’ulteriore possibilità di approfondimento-coinvolgimento. Nell’arte ciascuno porta con sé dei riferimenti e dei rimandi, che riecheggiano nell’aria e si diffondono come sonorità musicali ammalianti e inebrianti. Anche Il Lustro con il suo fare artistico ha dato corpo e voce a questo soave e suadente propagarsi e riecheggiare e ha contribuito a trasferire e a incrementare quell’inestimabile patrimonio di sapere e di conoscenza che secula seculorum resta e rimane sempre valido e perpetuamente intramontabile, eterno sic et simpliciter. In particolare, i concetti che possono essere attinenti e pertinenti alla poetica pittorica de Il Lustro sono riconducibili ad amare e innamorarsi, dolore, felicità, nonché ad alcune autorevolissime e lungimiranti lezioni e insegnamenti filosofici perpetrati e tramandati dall’esimio Sant’Agostino, che commento a mia volta per meglio sviscerarli in modo esaustivo.

AMARE E INNAMORARSI – Da Elena a Paride, da Dante e Beatrice, da Orlando innamorato di Angelica, da Romeo a Giulietta. Di fronte a una grande storia d’amore che sia nella vita reale oppure narrata in un libro o proiettata al cinema restiamo sempre e comunque coinvolti. Le due parole amare e innamorarsisono diventate molto comuni nella maggior parte delle lingue al mondo e vengono quasi confuse. Ma in origine invece non lo erano per niente. Amare è voce indoeuropea da una radice kamche significava sia volere sia amare. Grazie alla filologia possiamo dire ora ti amo in sanscrito kamami, in antico persiano hamana e anche in armeno akamim. In greco antico troviamo invece il verbo mao, io ti desidero. È stato però il sostantivo latino amor a diffondersi in tutte le lingue romanze, dal francese amourallo spagnolo e al portoghese amor. In latino ti amo si diceva, oltre al più intenso ed erotico amo te cantato dai poeti, diligo tecioè ti scelgo. Il verbo deligere deriva dal verso legere. La parola innamoramento appartiene a quell’istante fulmineo, capace però di mutare il corso di una vita intera, che Platone nel dialogo parmenide definì l’istante improvviso e inatteso. Non dunque un momento come tanti inteso nella sua durata, ma un attimo subitaneo e repentino capace di cambiare colui che lo sperimenta e di renderlo altro da sé e da com’era poco prima. Ciò che separa amare da innamorarsi è una piccola particella, quel in davanti. Sembra di poco conto, eppure vale tanto e tutto, poiché non ci accorgiamo mai di quanto ci stiamo innamorando, lo comprendiamo solo poi, quando è già amore. In è in latino la preposizione con cui si costruisce sintatticamente il complemento di moto a luogo, se seguita dal caso accusativo, ma anche lo stato in luogo, se seguita dall’ablativo. Eppure il prefisso che si ritrova nella parola innamorare non indica né l’uno né l’altro. Nell’atto di suscitare amore in qualcuno la preposizione in si può ascrivere a un antico locativo, ma ancora più tecnicamente a un complemento illativo, che in linguistica indica l’entrata, la penetrazione in un luogo. Ecco il senso preciso di innamorarsi: viaggio, tensione verso l’altro e insieme permesso di entrare in noi. I greci prima e i latini poi credevano fermamente che innamoramento significasse innanzitutto scelta. Se nulla temevano più del caos e dell’irrazionale come potevano accettare che il sentimento più nobile, l’unico che rende la vita degna di essere vissuta, l’amore, fosse frutto di una mera coincidenza? Colui che oggi chiamiamo Cupido (etimologicamente il suo nome significa brama, dalla stessa parola deriva la cupidigia, uno dei sette vizi capitali) non ha niente a che fare con la concezione romana. Divinità imprescindibile e primordiale era invece per i greci Eros, che secondo Esiodo fu il quarto dio ad essere creato proprio come compensazione al Caos, nato per primo. Il filosofo presocratico Parmenide asserisce che Eros nacque addirittura per primo. Ciò che vale è che nella cultura classica Eros è ciò che fa muovere qualcuno verso qualcun altro, un principio divino e insieme filosofico che spinge verso la bellezza. Quella tensione data dal complemento illativo che l’etimo di innamorarsi timido e silenzio custodisce, è dunque quanto accade e che subito ci attiva, quel click di un interruttore interiore che risveglia la parte più cara di noi prima assopita e ci mette in moto, anzi in marcia per fare spazio dentro a colui o a colei che abbiamo scelto e che a sua volta ci ha scelti. Mentre camminiamo verso quella bellezza greca del vivere che tendiamo senza accorgercene tiriamo fuori il meglio di noi. Un incontro casuale in un giorno qualunque, ma che resterà eterno nel nostro calendario privato, in cui il tempo ha un valore diverso, del tutto personale rispetto a quello stabilito dal susseguirsi di giorni, settimane, mesi, anni. Un volto, un gesto, un nome. Un uomo, una donna che ancora nemmeno conosciamo, ma che subito abbiamo riconosciuto. La vita di qualcun altro che entra nella nostra e viceversa. E così ci ritroviamo innamorati e ci rallegriamo per come è cominciato questo amore.

DOLORE – Dal latino dolere cioè sentire, ma anche causare dolore. A sua volta dalla radice indoeuropea del o dal che rimanda al legno scolpito con l’ascia. Oppure anche al ferro battuto e ribattuto a colpi di martello sul fuoco e più in generale all’atto di incidere con uno strumento da taglio. Nessuna etimologia potrebbe essere più precisa. Esattamente così trafitti ci sentiamo quando proviamo dolore. Da sempre tutti gli uomini e le donne nella storia del linguaggio umano hanno avuto bisogno di questa parola per dire quanto fa male. Non esiste né dottore né medicina per aspettare che passi il dolore di un’anima maltrattata, percossa e rotta. Le ferite aperte si fanno cicatrici interiori. Diventano memorie di tagli passati che restano come indelebili tatuaggi sulla superficie della pelle. “La vittoria come dicono i giapponesi è di chi sa soffrire un quarto d’ora in più” così scrisse Marcel Proust. Gli stessi giapponesi credevano che più i vasi di porcellana si rompono più diventano preziosi. Basta rincollarne i cocci con la purezza dell’oro fuso che unisce ciò che è andato in pezzi e che più brilla e più significa che ha sofferto e acquista così valore e dignità. Sono proprio le cicatrici a determinare la bellezza. Bellezza sconosciuta a chi non è scivolato mai giù per il pendio del dolore. La nostra parola italiana dal latino dolor in sanscrito era dalati o darati cioè scoppiare, lacerare, fendere proprio come quando il cuore si spacca in due metà e noi con lui. I greci dicevano direttamente der, io ti scortico. L’accetta che ci taglia in due o in tre, in quattro o in cento quando proviamo dolore, era in antico slavo dera, mentre in latino dolabra da cui il verbo dolarecioè spaccare. Per quanto riguarda le lingue germaniche, in gotico strappare con violenza si diceva tairan da cui deriva in tedesco la voce zeran e in inglese to tear apart cioè fare a pezzi. Il termine serbo croato patiti cioè soffrire rimanda direttamente al greco pascho cioè sto male. Il dolore passato è insegnamento e lezione, ma quello futuro è imprevedibile e dietro l’angolo. Siamo esseri umani che proviamo dolore. Abbiamo bisogno di cura, di rispetto, di amore. E di dirlo quando soffriamo e di essere ascoltati senza giudizio. Esattamente come canta De André nel brano Se ti tagliassero a pezzetti la nostra forza deriva dal fatto che le parole non si rompono mai, nemmeno se anche solo a pensarle fanno un male sordo, cieco ma mai muto.

FELICITÀ – “È più difficile trovare un uomo che sappia sopportare la felicità che l’infelicità” scrisse Senofonte nell’Educazione di Ciro. La felicità spesso è piccola, ordinaria, discreta, semplice. Servono solo occhi buoni per vederla e animo leggero per provarla. L’aggettivo italiano felice dal latino felixderiva dalla stessa radice verbale indoeuropea fe di fecundus, che significa fertile e produttivo. Il sorriso in spagnolo e in portoghese si dice feliz. Il francese invece percorre un’altra strada poiché heureux deriva da una formazione occitana del latino augurium. Fertili non sono solo i campi di grano appena arato, fertili e fecondi siamo anche noi, che grazie alla felicità possiamo sorprenderci a compiere gesti spontanei che mai avremmo immaginato prima. In greco antico la felicità era racchiusa in un verbo di sole quattro lettere phyo, io vivo, io germoglio, io produco. Dalla stessa parola anche il termine physis, natura e naturalezza insieme, la realtà prima e fondamentale, principio e causa di tutte le cose, inizio e insieme fine, felicità come naturale divenire del mondo secondo i filosofi presocratici, coloro che inventarono la filosofia per andare alla ricerca di un medicinale per l’anima feconda. Dalla stessa radice greca deriva la maniera di dire la scienza della fisica che vuole rintracciare una spiegazione logica ai prodigi della natura e che può essere dunque teorica, sperimentale, pragmatica, atomistica, quantistica. Essere felici non significa quindi non avere problemi, contrattempi e vivere un imperturbabile stato di quiete, quella si chiama tranquillità, calma, relax. La felicità invece è l’energia dell’agire, la gioia di fare, la voglia di cambiare, di essere vivi e dunque fertili. L’infelicità è il suo contrario: incapacità di muoversi, di scrollarsi di dosso pensieri pesanti, l’impossibilità di fare anche solo un passo oltre. L’una è azione, l’altra inazione. Slancio verso l’alto oppure affondo verso il basso. Difficile è avvertire che il nostro essere felici o infelici non è stasi, ma continuo processo, dunque movimento. Quasi sempre riusciamo a comprenderne gli ingranaggi solo guardandoci indietro con quell’effetto con cui la memoria riesce a ingannarci omettendo il tempo. Ritornando con il pensiero alla nostra infanzia che spesso ci appare riflessa nei ricordi spensierata e leggera rispetto ai problemi che pone la vita adulta, certamente non possiamo dire di aver vissuto solo ed esclusivamente momenti di felicità. Anche da bambini abbiamo pianto, abbiamo provato dolore, ci siamo sentiti esclusi. Oggi ripercorriamo quegli anni trascorsi e crescendo ci siamo via via arricchiti. Consideriamo minime le ferite del corpo e dell’anima di quando eravamo bambini. Non ci sbagliamo, ma dobbiamo comunque correggere il nostro modo di guardare al passato. Si tratta di una ricostruzione del vissuto non dissimile da ciò che facciamo ogni istante con la percezione
del cosiddetto presente. Il presente non esiste se non nella distensione dell’anima che recupera i ricordi e li proietta verso ciò che verrà, essendo il limite stabilito tra un passato che ricordiamo e un futuro che presagiamo. La felicità si può apprendere e approfondire. E la felicità raggiunta dalla poesia di Eugenio Montale raccolta in Ossi di seppia del 1925 intende proprio questo: “Chi cammina per te sul fil di lana / agli occhi sei barlume che vacilla / al piede teso ghiaccio che si incrina / e dunque non ti tocchi chi più ti ama”.

Sant’Agostino afferma con la massima decisione il valore della conoscenza ottenuta attraverso i sensi. Specifica, che a servirsi di essi è l’anima, sede di tutta la facoltà conoscitiva umana. L’anima si serve dei sensi per conoscere i fenomeni attraverso il corpo, dove utilizza un altro tipo di facoltà, la ragione, per guadagnare conoscenze di altro tipo ovvero le conoscenze intellettuali, i concetti. “Per quanto riguarda la particolarità secondo cui ogni cosa è incerta, la città di Dio allontana questo dubbio ritenendolo folle, poiché vanta una conoscenza del tutto certa su ciò che comprende con la mente e con la ragione, nonostante essa sia limitata per via della corruttibilità del corpo che appesantisce l’anima. La nostra conoscenza è imperfetta. Davanti all’evidenza di ogni tipo di cosa la conoscenza crede ai sensi, strumenti del corpo a servizio dell’anima” (Sant’Agostino). Accettata e comprovata la validità della conoscenza sensibile, l’inganno non appartiene ai sensi che porgono una serie di informazioni alla mente, cioè la facoltà conoscitiva dell’anima che ha il compito di organizzare in un’unità quella molteplicità di dati che è offerta dai sensi. Sant’Agostino introduce il tema della duplice specializzazione della facoltà conoscitiva superiore. Essa deve comprendere il mondo fenomenico e vedere quello posto al di sopra dei sensi e della corporeità. “Si capisce che i corpi non simulano. Quest’azione è propria di chi vuole apparire ciò che non è. Al contrario semplicemente inganna e non simula, chi è considerato diverso da ciò che è. Precisamente la differenza tra chi simula e chi inganna risiede proprio nel fatto che chi simula esprime la volontà di ingannare anche quando non viene creduto. Mentre non si può essere ingannatore fino a quando non si compie l’atto di ingannare. Neanche gli occhi ingannano, in quanto essi non fanno altro che riportare alla mente le loro impressioni. E dato che anche tutti gli altri sensi del corpo fanno questo ovvero riportare le loro impressioni questo non dipende da un errore di giudizio. Per sua natura stessa l’occhio non può e non deve vedere diversamente. È legittimo che le percezioni che ne derivino siano diverse. L’occhio quindi vede nel modo corretto. Non a caso è questo il suo compito, vedere. E l’anima deve contemplare la bellezza suprema utilizzando la mente e rivolgendosi agli occhi e tentare di capire le cose materiali e vedere quelle spirituali” (Sant’Agostino). Sant’Agostino vuole compiere il salto dalla conoscenza sensibile a quella propriamente intellettuale. La quale, a differenza di quella sensibile ha natura veritativa e non semplicemente di opinione. Il mondo è una molteplicità di fenomeni, intorno ai quali si possono avere opinioni più o meno certe, ma è possibile dare dei giudizi anche intorno alla totalità dell’esperienza e non solo intorno alle singole esperienze. Il luogo dove la totalità delle esperienze accade è il mondo. E anche se io materialmente ho un’esperienza limitata di esso, tuttavia posso dare dei giudizi certissimi intorno ad esso. Questo è appunto un giudizio che esprime una verità, non una semplice opinione. E ciò che è vero è vero sempre, non è soggetto al nostro assenso né è toccato dal nostro dubbio, come invece può succedere ai fenomeni dei quali ci si può chiedere se esistano realmente oppure no. Pertanto di ciò che è vero si dovrà dire che è tale, che è come dire che la verità è una condizione assolutamente oggettiva. È soprattutto a questo tipo di verità, che sono i concetti a cui si rivolge la parte più elevata della conoscenza umana. “Chiamo mondo tutto ciò che mi sembra tale. Ma se si vuole chiamare mondo solo quello che vedono gli svegli o i sani di mente per tale ragione dico questo: che tutto questo enorme edificio e congegno fatto di realtà corporee, in cui ci troviamo sia che dormiamo sia che siamo svegli o è uno solo o non è uno solo. Infatti, se dormo è possibile che io non abbia detto nulla oppure anche se le parole mi sono sfuggite di bocca mentre dormivo è possibile che le abbia dette non qui, non stando seduto in questo modo, non avendo come ascoltatori codeste persone. Non è invece possibile che sia falso il contenuto della mia affermazione. Né dico di aver conosciuto con certezza il fatto di essere sveglio. Puoi infatti sostenere che ciò mi sarebbe potuto sembrare anche durante il sonno. Perciò questo può essere assai simile al falso. Credo infatti che sia ormai sufficientemente chiaro di quale tipo siano le cose false viste a causa del sonno o della follia. Trovo peraltro, che pure in difesa dei sensi stessi si possano dire molte cose. Credo infatti, che i sensi riferiscono cose vere agli svegli e ai sani di mente mentre non li riguarda cosa si inventa l’animo di chi dorme o di chi è pazzo” (Sant’Agostino). Sant’Agostino illustra il sistema della conoscenza umana. L’anima dispone di due facoltà chiamate sensi: i sensi del corpo con i quali percepiamo il molteplice fenomenico e il senso interno che è la conoscenza di tipo concettuale. Essa serve in primo luogo a giudicare le realtà che i sensi ci offrono, cioè serve a formulare giudizi intorno all’esperienza, a organizzarla in strutture concettuali. Il senso interno serve inoltre a formulare i giudizi morali intorno al giusto e all’ingiusto. Tale capacità deriva a sua volta da una luce incorporea che non è l’interiorità dell’anima, ma qualcosa che illumina tale interiorità. Sant’Agostino si esprime anche riguardo all’autocoscienza. “Una dimostrazione dell’amore per la conoscenza si può desumere da questo: è preferibile lamentarsi con una mente sana, piuttosto che gioire nella follia. Ma questa consapevolezza così straordinaria e ammirevole tra tutti gli esseremortali è propria solo degli uomini. Infatti, anche se ci sono molti esseri viventi con il senso della vista più sviluppata rispetto a quella dell’uomo nella percezione della luce sensibile, tuttavia non è dato loro raggiungere la luce intellegibile, con cui la nostra intelligenza viene in molta parte illuminata affinché possa giudicare in modo obiettivo i dati sensibili. E questo è possibile nei limiti della nostra capacità di afferrare quella luce. Le altre cose appartenenti al mondo fisico vengono definite sensibili non perché sentono, ma perché vengono sentite. Questi oggetti vengono colti dai sensi, ma non possono essere giudicati da essi. Le cose materiali hanno per loro stessa natura cause non apparenti, ma toccano i sensi con le proprie qualità ed è da ciò che la struttura del mondo visibile si mostra nella sua bellezza. L’essere umano infatti è dotato di un altro senso, un senso interiore, molto più nobile di quello esteriore. Al compito di questo senso si definisce la capacità dell’Io interiore di saper esistere e di averne conoscenza” (Sant’Agostino). Secondo Sant’Agostino la conoscenza intellettuale ha a che fare in modo esclusivo con la verità attraverso la verità dell’autocoscienza. Anticipando di secoli il cosiddetto cogito cartesiano, Sant’Agostino rileva che anche se mi inganno, io sono. L’obiezione per cui potrei dubitare di tutto, perché potrei ingannarmi persino sul fatto che la mia percezione che ho di esso sia vera e dunque io esista realmente, viene a cadere perché anche se mi inganno, per potermi ingannare devo gioco forza esistere e non mi inganno neppure intorno alle cose che amo. Posso certamente amare il falso ma non posso dubitare che esso esista. “Noi esistiamo infatti, ne abbiamo consapevolezza e amiamo il nostro esistere e l’averne consapevolezza. E vi è certezza assoluta che al di là dell’illusoria apparenza delle immaginazioni e delle immagini io esisto e ho coscienza e amore. Chi non esiste, non può essere in errore e per questo motivo se sono in errore esisto. E dato che esisto se sono in errore, non posso essere in errore sull’esistenza, se è certo che esisto proprio perché sono in errore. Poiché, quindi, se fossi in errore esisterei, anche se sono in errore, è certo che non sono in errore sul fatto che so secondo coscienza di esistere. Come ho coscienza di esistere, così ho coscienza anche di aver coscienza. E quando queste due cose diventano oggetto del mio amore, aggiungo un terzo aspetto di immenso valore alle cose di cui ho coscienza. Non posso errare sul fatto di amare, giacché non sono in errore sulle cose che amo e anche se esse ingannano, è vero che amo cose che ingannano. Infatti non c’è motivo di essere giustamente criticato e giustamente trattenuto dall’amore delle cose vere o false. Al contrario, se quei due oggetti sono veri e sicuri, non c’è alcun dubbio che anche l’amore verso di loro nell’atto in cui sono amati è vero e sicuro, e nello stesso modo in cui si vuole esistere così si vuole essere felici. E non si può essere felici se non si esiste” (Sant’Agostino). L’intero processo della conoscenza secondo Sant’Agostino può essere riassunto nella formula extra-intra-supra. L’argomentazione intorno all’incontrovertibilità dell’autocoscienza mostra come partendo dalle realtà corporee al di fuori di noi, giungiamo alla conoscenza di tipo concettuale fornitaci dal senso interno, la quale è possibile perché rischiarata da una luce posta al di sopra di essa. La verità è puramente oggettiva, cioè non è creata dall’uomo, ma esiste in sé. Il ragionamento infatti non crea tali cose, ma le scopre. È logico dunque asserire che essa, pur manifestandosi nell’interiorità dell’anima non sia l’anima, ma qualcosa di diverso. Non essendo l’interiorità né potendosi collocare nell’esteriorità, regno del molteplice fenomenico, dovrà essere situata al di sopra dell’anima stessa. Altra argomentazione importante riguarda la natura della memoria. La memoria è precisamente quella facoltà che aiuta l’uomo a compiere questo processo dall’esteriorità all’interiorità e all’autosuperamento finale. “Che cosa impedisce quindi all’anima di rammentare l’originaria bellezza perduta? La sapienza divina si spande per tutta la grandezza del Creato. Quindi attraverso essa viene disposto ordinatamente lo scopo unico della bellezza. Se ti chiedi cosa ti attrae, capirai che è l’armonia. Infatti, mentre ciò che è in contrapposizione genera dolore, ciò che è in armonia genera piacere. Distingui così in cosa consiste la suprema armonia. Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso. La verità abita nell’uomo interiore. Tuttavia ricordati che nel momento in cui trascendi te stesso trascendi l’anima razionale e tendi perciò al luogo in cui si accende il lume della ragione. A cosa giunge chi è in grado di usare bene la ragione se non alla verità? Non è la verità che giunge a se stessa tramite il ragionamento, ma è essa che cercano tutti coloro che utilizzano la ragione. Vedi in questo un’armonia ineguagliabile e cerca di essere in accordo con essa. Confessa di non essere tu ciò che è la verità, poiché essa non cerca se stessa. Tu invece cercandola non nello spazio, ma con l’affetto della mente sei arrivato a lei per unirti come uomo interiore a lei con un diletto supremo e spirituale. Se non comprendi ciò che dici e sei in dubbio sulla tua verità, guarda almeno se non sei sicuro del tuo dubitare e se ne sei certo cercane il motivo. In questa ricerca senz’altro non ti si presenterà la luce del Sole, ma la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Questa luce non si può percepire né con questi occhi né con quelli con cui vediamo rappresentazioni impresse nella nostra anima attraverso gli occhi stessi, ma bensì questa luce si trova con gli stessi occhi con cui a queste rappresentazioni diciamo -Voi non siete quello che io cerco e non siete neanche quello per cui io giudico. In voi approvo ciò che trovo bello, lo antepongo a voi rappresentazioni, ma anche a tutti i corpi dai quali vi ho attinto-. In base a questa regola chiunque comprende di trovarsi in dubbio, comprende il vero e di ciò che comprende è certo. Dunque, è certo del vero. Questo significa che chiunque è in dubbio sull’esistenza della verità ha in se stesso il vero, per cui non può dubitarne. Ma il vero è tale in forza della verità, quindi è necessario che non dubiti della verità chi ha potuto dubitare per qualche motivo. Queste cose risultano evidenti dove risplende la luce che non si diffonde né nello spazio né nel tempo e che non può essere rappresentata né in forma spaziale né in forma temporale. Di conseguenza tali verità esistono in sé. Ancora prima di essere scoperte e una volta scoperte ci rinnovano” (Sant’Agostino).

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di Elena Gollini

Critica, curatrice e giornalista d’arte

www.elenagolliniartblogger.com

 

il Lustro
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