Il ticket di Eriprando a Nave

Il ticket di Eriprando a Nave

“Chi siete? Da dove venite? Cosa portate? Dove andate? Un fiorino!”. Si, immagino proprio che, più o meno, questa famosa frase, tratta dal film “Non ci resta che piangere” con Benigni e Troisi, sia stata ripetuta chissà quante volte nel feudo di Eriprando. I viandanti provenienti da Camaiore e diretti a Lucca, su questo tratto della via Francigena, arrivati a Borgo San Pietro, sulla sponda destra del Serchio e in assenza del primo ponte di legno costruito nel XI secolo, avevano due possibilità per l’attraversamento del fiume il quale, senza argini, aveva un letto molto, molto più esteso di quanto vediamo oggi. Dal Borgo, il mezzo più usato e sicuro era costituito, a fronte del pagamento di un pedaggio, dall’utilizzo di una barca, detta di Eriprando, nome dal quale, probabilmente come feudatario del luogo, il piccolo paese sulla sponda sinistra prese il nome di “Nave di Eriprando”. Oltre a questo luogo ubicato leggermente a nord dell’attuale ponte San Pietro, esisteva un’altra possibilità per raggiungere Lucca: risalendo il corso verso Sant’Alessio, sulla sponda opposta alla “normale” via Francigena che passava lateralmente al “prato del Marchese”, si giungeva nel territorio di S. Anna ”in plagis”, chiamata poi località “le piagge”, dove in certi periodi dell’anno sembra che il fiume, non senza pericoli, potesse essere guadato anche a piedi. I due percorsi si riunivano nella zona di Via del “Tiro a segno” per proseguire verso la vicina porta di San Donato dalla quale, accedendo alla città, i pellegrini avrebbero potuto finalmente onorare il Volto Santo.

di Enzo46

Il fiume Serchio a Nave

Tre merli…

Tre merli

partiron presto

sotto ‘Ir Quiesa, 

-lì d’Arlian-

a inda’ a fa’ ‘n giro

‘ntorn’a Lucca.

Già di sopra 

in Fregionaia 

liti’avin di brutto

che velli sotto

dissin forte:

“lorolì en matti!”

Abbaccaron 

la Contesora

-credevin fusse ‘r fiume-

ch’el Serchio pogodopo

‘un lo viddin 

neanco morto.

Piuallà per Nave

c’incontraron, poerine,

varche ghelle;

ma i merli

avein le penne

e no la pelle

Però ‘un sapevin

iscrive guasi nulla;

Sicché 

A fassi passare 

bécca la paura

Si divisin di volà:

Uno finì da’ frati

préte ‘n seminario

Uno al laccio

che, dice, prese moglie

L’urtimo ci còrse

Arivó ar duomo

… e réstó ‘n forśe.

de Il Lustro

il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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