a Lucca non siamo tirchi…

a Lucca non siamo tirchi…

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“Chie ha da dalli, li vòle!”
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Anśi, mi córeggo:
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“Chie avrébbe da dalli, li vórebbe!”
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Letteralmente: “coloro i quali dovrebbero darli, li vogliono ( o, meglio, li pretendono ).”
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È evidente che, in questo modo di dire – non so se tipicamente lucchese – l’oggetto in questione siano i soldi.
Un argomento, il denaro, al quale i lucchesi sono assai sensibili e attenti che gli è valso l’appellativo di “avari” nella Toscana dei campanilismi.
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Sicuramente l’essere un tantino parsimoniosi è prerogativa del nostro popolo da tempi immemori; con molta probabilità la fama della “tirchiaggine lucchese” ha avuto la stessa diffusione e popolarità delle nostre sete accompagnando i mercanti dell’arborato cerchio in tutto il vecchio continente.
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C’è da dire che, nell’autonoma e indipendente città di Lucca, staterello assai ricco e con facoltà di coniare moneta, il valore riconosciuto ai “quatrini” non poteva esser certo trascurato.
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La storia della Zecca lucchese, lunga oltre mille anni, inizia con i longobardi e termina con l’arrivo dei napoleonici.
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Molti i detti, alcuni non soltanto nostrani , che parlano dei soldi; ne cito alcuni, ma i più belli li ha elencati Giuseppe Pardi in seguito…

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“En bòni anco secchi”
“Senśa lilleri ‘un si lallera”
“Chi ‘un n’ha ‘un abbi voglie”
“Le nośze co’ fii secchi”
“Ave’ i bbracci più corti de’ diti”
“‘Un mangia’ per ‘un caa’”
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In linea generale si può affermare che il lucchese-tipo eviti le spese inutili, gli sprechi e abbia una gestione delle proprie finanze assai parca.
Sempre ragionando per luoghi comuni si dice che il lucchese sia un buon pagatore, mentre, questa è mia opinione personale, non sia tipicamente un negoziatore.
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Ossia, contratta sul prezzo ma in modo disinteressato, quasi lamentandosene…più facilmente riesce a fare a meno di un oggetto risparmiando così l’onere dell’acquisto, integralmente.
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Tornando al detto iniziale, viene usato ad indicare più generalmente l’atteggiamento di sfacciataggine di alcune persone che, trovandosi in una condizione di torto ( o debito morale ) vorrebbero quasi colpevolizzare gli altri, arrogantemente.
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Il Lustro

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A Lucca ‘un siam tirchi…
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a Lucca ‘un sian tirchi…
sian ATTENTI.
Attenti a ‘un isciupà, a asserbà,…
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Alcuni modi di dire in uso a Lucca sull’argomento “denaro”:
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“Chi asserba, asserba al gatto!”
“Per nulla il prete ‘un dice messa.
Per nulla ‘un dimena la coda neanco il can.”
“Esse’ di braccin corto…”
“Se la su’ gallina ‘un fa du’ ova…”
“Il contadin lucchese vorebbe anco il gallo che ni fa l’ovo…”
“L’avaro è come il porco: è bono solo morto.”
“Quatrino guadagnato, du’ volte risparmiato…”
“Tutto fa” – disse Quello che pisciava in mare.”
“Il cattivo riscótitore fa il cattivo pagatore.”
“Il risparmio è il primo guadagno.”
“Ammucchia, ammucchia nuvolo, che dietro ‘un te li puoi portà….”
“Dove ‘un c’è guadagno, è rimessa certa”
“Quando un lucchese apre il portafoglio, anche Giuseppe Verdi (sulle 1.000 lire) si struscia l’occhi (perché la troppa luce l’accè’a)”
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I Viareggini, nella su’canśone der carnevale, dicono che:

“per un pagà il pedaggio della Bretella, noi si fa il Quiesa e in discesa si spenge il motore! “
“Al Carnevale ci si veste da civile, cioè senza maschera.”
“I coriandoli c’han l’elastico così ritornan nel sacchetto.”
“Al bare ci si va sì, ma solo se è a scrocco.”
“Le beute si fan sì, ma alle fontane. “
“Se il vicino fa il fritto, si taglian le fette di pane e si passa nel su’ fumo.”
“Il buccellato si fa a ciabella così il buo lo fa sembrà più grosso.”
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Due aneddoti:
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“L’urtime volontà di Cecco”
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Cecco ha lavorato una vita e di sordi n’ha arunati… Ma ora è arivata la su’ ora. Infatti qualche giorno prima il dottore, alla visita n’ha ditto: “O vellomo, ce n’avrai per tre caate!”. Ora, lù è sempre stato regolare di ‘òrpo e proprio stamani ha fatto la terza… Sente le forze che ni van via e intorno al letto c’enno tutti i parenti vicini vicini per fassi vedè. Un si sa mai, se poi un morisse, chi mancava potrebbe esse diseredato!
Ma ormai anco l’Angelo Custode è sceso dal dietro e n’è ito accanto per accompagnallo. Sian alla fine.
Lù vole la moglie Antonia accanto e la chiama con un vocin tremante. Vellartri si scansin per falla passà….
Lù sbianca in viso a vedè allora la porta di cucina aperta e…
“Tonia, prima va a spenge il gasse che lo sconsumate per nulla! E io pago!”.
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“Gastone”
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Nascette un bel bamborin e decisin di batteszallo Gastone. Ma alla su’ nonna quel nome lì un n’andava giù! Un lo digeriva e quando lo chiamava: “Tone, Tone”.
E la nuora: “Ma che dite! Gastone è il su’ nome, insennò ni resta vello lì e un va bene che lo stramonin!”.
“O pallina, te fa come ti pare, ma io il gasse per nulla un lo sconsumo….!”.
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di Giuseppe Pardi

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il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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