Perché si dice “O Bì”

Perché si dice “O Bì”

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Mi sto deliziando occhi, orecchie e cuore con la lettura di questa bella “raccolta lucchese” ( edizione MPF ) scritta da Idelfonso Nieri, letterato lucchese vissuto a cavallo tra i due secoli scorsi.

Premetto che già la prefazione è un trattato sulla nostra lingua lucchese, la parlata popolana che spesso si sbobba o relega ad una cultura bassa, risultava invece assai ricca e dotta…

Cita per questo l’autore

“Capitato qui a Lucca, tempo fa, un valentuomo lombardo, mi diceva che in qualunque persona del volgo si avvenisse, alla favella parevagli un letterato”

I racconti sono storielle dei tempi che furono, i personaggi hanno nomi e nomignoli e invece del cognome vengono identificati con il luogo di provenienza.

Molte storie hanno una morale, mi ha ricordato quella dei miei nonni, altre sono il pretesto per spiegare ( o inventare ? ) un qualche modo di dire lucchese.

Non ne svelo per non “spoilerare” la lettura, ma che questo sia un capitale da non disperdere è evidente.

Lo stesso Nieri conclude:

“…queste sono le cose che ho trovato da dire…fra cinquant’anni, se tu campi, lettore, vedrai che saranno anche più poche, se pur ve ne saranno…sarà più bello il mondo quando sarà tutto uguale?”

Mi rimangio quindi lo “spoilerare” sopra per “anticipare” che sulla scia del racconto ne ho scritta una anche io, “alla méglio” che si intitola

“Perché si dice “O bì”

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Quand’era giovinotto un mi zio ( e qui intendo il fratello del nonno del mi povero nonno ) lù stava in un palaśzo di tant’appartamenti in Galli-Tassi e, di sopra il suo, ci stava una coppia che s’erin fidanzati tardi.

Hai visto com’è…la vita è curiosa, va come vòle lè, e ti ritrovi a 50, 60 che è ‘na volata ma il male è che da té.

E allòra che fa Uno quand’è da sè?

Di solito piglia un gatto o ‘n cane e ‘nfatti c’è anco il detto “solo CON un cane”

E ‘nsomma i fidanŚatini permododidì, si conobbin che avein un cane apperun soltanto che lù l’aveva grosso e lè piccina.

Le razze ‘un me le chiedete che un le só, quello di lù, mi pare mi contó, lo usassin con le peore in Canadà e quella di lè era ‘na bestiin da lecco, di velle canine da borsetta che se ti sbagli le apri come il borsellino per piglià co’ un soldo le sciangomme.

E ‘nsomma a falla corta e lunga, insennò i discorsi en lunghi come la pelle de’coglionfani, mi diceva il mi zio che i fidanzatini novelli tutte le sere era batteria, si vede c’avein da rifassi dell’anni prima, un passava notte che il letto un cinguettasse.

Il male era che i cani lasciati da se un si potein vedè, ossia era guera pesta, quello grosso volea sempre ruzzà e la piccina doveva esse’ gelosa marcia perché di principio che la sua padrona partiva a fa, la bestina giù a abbaià che un finiva più .

Oddio anco i padroni erin lunghini, eh, se propio si vòle raccontà tutta…la tragedia era che, per fa,  quello grosso lo stioccavin

in camerina e Quello giù a grattà ( letti, porte, cantore di tutto vel che trovava lo scortiava) e la piccina la mettevin nel comodo rinchiusa, e li abbaiava

Se la padrona faveva

-“Oh”

-“Bì” -rispondeva la canina

-“Oh”-facieva lè

-“Bì” – la bestiin

-“Oh”

-“Bì”

A nottate la musia era quella, po’ la ‘osa durava a òre e òre sicché doventava pesa po’ alzassi per andà a òpre la mattina

Una notte il mi zio s’alzó, era un contadinaccio e ni disse:

“ O bì

noi si vòl dormì

badate lesti di finì

che vì è già dì”

Così nacque il modo di dì “O bì!”

La storia finisce ‘osì

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de Il Lustro

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il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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