“Pia” da “Bandito” la biografia di Castruccio

“Pia” da “Bandito” la biografia di Castruccio

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La notte del 9 dicembre 1314, Castruccio e Uguccione della Faggiola, hanno tentato un colpo di mano su Pistoia, non riuscito.

Ferito da una freccia Castruccio torna a Lucca dove alloggia in casa degli Onesti, il più forte palazzo della città, perché la sua, sequestrata dal Comune, non gli è ancora stata restituita.

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“Pia”

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Due ore dopo Castruccio mandò Betto in cucina e si alzò. Le cose erano state messe a punto adesso c’era da riposare.

“Voglio partire domani.” 

La Duccio represse il desiderio di chiamare un servo perché l’aiutasse; accompagnò invece gli ospiti in cortile a vedere due nuovi cavalli aspettando che fossero pronte le mense.

Lui raggiunse la sua camera  da solo. Era il capo e doveva mostrarsi inattaccabile dalla fatica e dalle malattie, ma nel corridoio dovette appoggiarsi  e  aveva il fiato grosso; la febbre lo sfiniva.

“Starò meglio appena mangiato,”  -pensò.

Vacillando si spogliò e si sdraio’ a letto. Betto l’aiutò a mangiare; aveva il voltastomaco, ma masticò con cura ogni boccone fino all’ultimo.

“Prendi qualche moneta e vai a divertirti,” gli disse, “Io devo dormire.”

Sprofondò in un. sonno appiccicoso, con la bocca cattiva, un vortice che gli faceva turbinare intorno la stanza; fuori il pomeriggio trascorreva e la pioggia stava diventando neve. La testa gli faceva male, come stretta da una morsa, il colore della ferita cresceva e si diffondeva a tutto il braccio, alla spalla e al petto; le bende tiravano, incollate sulle piaghe. Si svegliava e si riaddormentava.

Aprì gli occhi alla luce del fuoco che si. ravvivava. Accanto al camino una figuretta in abito azzurro era china  ad aggiungere legna; si alzò e socchiuse una finestra per fare uscire il fumo. La stanza aveva due finestre quadrate che davano sul cortile, ma d’inverno erano chiusi i portelloni e le impannate e quindi era buio, un’odore di camino, di umido e di candele.

Pia si sedette sul letto accanto a lui. Ad un suo cenno, dal buio accanto alla porta emerse una ragazza con una tazza fumante in mano. “Adesso berrete questa tisana, vi farà bene.” Senza guardarla licenziò l’ancella; si muoveva con la sicurezza che aveva visto in sua madre quando curava suo padre. Con disinvoltura gli passò la mano dietro la testa e gliela sollevò avvicinando la tazza; era infuso di papavero ed aveva un odore schifoso. Lui non aveva la forza di dir niente e provò a berla. Si scotto’ le labbra e diede uno scatto; parte del liquido bollente si rovesciò sulle lenzuola.

“Oh, Beata Vergine!” esclamò Pia imbarazzata;

scostò svelta le coperte mentre sul petto appariva una macchia rossa.

“Perdonate, vi prego. Oh, poverino, perdonami,” disse. Col suo fazzoletto cominciò e asciugarlo, cercando di acchiappare le gocce. Strofinò un capezzolo, col panno caldo, che si gonfiò. Abbassò ancora le coperte continuando a passare la stoffa sullo stomaco, sull’ombelico.

Poi le sue dita urtarono qualcosa; lui fu scelto ad abbrancarlo insieme alle coperte e lo spostò di lato Così, però, si scoprì ancora di più, fino all’inguine.

Non sapeva che dire, non disse niente; la testa gli girava e quello che aveva bevuto gli fece scordare il dolore e il senso di solitudine. Dalla finestra veniva il chioccolio della neve contro le imposte, il letto, aperto, era bagnato del suo sudore ed emanava una vampa di calore. Lei lo fissava; era circondata dai vapori del suo odore, della sua pelle.

Lo toccò sul petto con la mano aperta, per sentire se era asciutto; sentì il calore e la morbidezza e sotto la resistenza della pietra, voleva ancora curarlo, ma non ricordava più cosa fare. Voleva toccarlo. Non si era accorta che il respiro le era diventato più svelto.

Non staccò la mano, la fece scorrere, leggera, da una spalla all’altra; gli voleva bene, pensava fosse naturale carezzarlo. Sua madre era sbrigativa quando curava suo padre; dopo averlo medicato e lavato, lo lasciava dormire in saliva ogni tanto a vederlo. A volte, non dormiva nemmeno con lui.

Lei, invece, avrebbe voluto tenerlo stretto finché fosse guarito. Non sapeva se sorrideva quando lo guardò in viso; lui sembrava serio, chissà come doveva fargli male quel braccio così gonfio. Si piegò e glielo baciò sulla fasciatura; voleva, con tutte le forze, farlo stare bene, difenderlo, anche con la vita. Lo carezzò con più passione dal petto allo stomaco, dove non gli faceva certo male, lo baciò sulla fronte, su una guancia e così chinata il suo braccio scese più giù. Lo sentì agitarsi un poco, stringere le coperte. “Povero tesoro mio” pensò e premette di più le labbra sul suo viso, per dargli un bacio più affettuoso.

Lui aprì la bocca ed ebbe un sussulto. Le parve di sentire una gocciolina calda schizzarle sulla mano.

Adesso sembrava addolorato; girato dall’altra parte sembrava colpito da una fitta. Disperata gli prese il viso fra le mani, aveva gli occhi trasparenti e la bocca umida e più rossa.

Lei fu felice, sembrava stare meglio.

Con entusiasmo premette le labbra sulle sue.

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tratto dal libro “Bandito”, la biografia di Castruccio Castracani

di Ilaria Bianchi

il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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