Il Mood della Contessa Trombi

Il Mood della Contessa Trombi

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Il Mood della ‘ontessa ( credo ) Trombi

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M’ha chiamato ‘na ‘ontessa, credo “Trombi” ( di nòme ), che vuoleva vede’ delle ‘ornicie per e quadri.

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Volevo dì, magari m’avisse chiamato le’, così intendevo subito ir soggetto e subito la mandavo a frigge’ ( senśa passa’ di Porta di ‘ucina ). 

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M’ha fatto telefana’, dalla su’segretaria der segretario,pe’ fissa’ l’appuntamento alla su’villetta, di lì a llà, perinlà doppo Barban, per indà a Pisa o giuddilà.

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“Alla faccia della villetta!” di’o io “se pago io un occhio di pigión, chisà le’ , poera disgraśziata, quant’’un deve ispende d’affitto tutt’i mesi, per istacci”.

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Ir bagno era vant’e casa mia ( di’o ir comodo- vello der cuoco ), giardin quant’er mi paese ( di’o ir mi paesin no l’Italia ), po’ conche di limoni e ulivi un fottio, viti neancuna e cipressi canto via di cim’a ffondo.

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Sicchè ero lì e vedo che a lavorà c’era meśzo mondo tra l’idraulici , l’elettricisti, i tappeśziéri, giardigneri e tante donne puliziotto ( a sistemà ir sudicio d’induve c’erin passi velli itti prima a lavora’ ),

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…ma le’ ‘un c’era, io lai!

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A me mi giravin guasi già i coglionfani che sento squilla’ ir telefonin:

“Guardi, ritardo ‘na meśzoretta massimo massimo ‘n’ora e ‘n quarto… se intanto vòle anda’ su nelle camere così vede il MUD…così intanto intente…”

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“Intanto intonda “ penso io

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“Va beeene?” Dice le’

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“Eho” di’o-io “òramai…”

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Allora vado su da ‘na rampa di scaline (chisà perché le ville c’han sempre du rampe che portin ar solito porton?) chiedo “permesso”, ( ma tanto, tutta la gente a opre, erin sotto ) e vado a vede veste camere della ‘ontessa, credo, Trombi,  se trovo ir MUD ch’ha ditto le’.

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Una tutta blé, una maroncin, una rosin, una color cacchì… 

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Belle, bada, ma di’o belle davero…

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che dispiacerébbe guasi dormicci che, come farà, la ‘ontessa, credo, Trombi, a aggiaccaccisi ‘un si sa e a addormissi in tutte…

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Cerca che ti ricerca, 

ir MUD ‘un si trova.

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Eppure, se m’haviva ditto ‘osì, vuoleva dì che doviva esse’ sur tavolin sibito, ir MUDde!

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Ir MUD doviva esse’ , segondo di me ( ma io -sai- so’ ‘n popo’ ‘gnorante )  tipo la dichiaraśzion  der 740.

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Sortanto che, noiartri Comuni Umili Disgraśziati ci s’ha ir CUDde, ‘nvecie velli nobili signori , i Monarchici Unlavoranti Dinastici c’han ir MUD.

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Forse pensava ‘un mi fidassi che i sordi,  per paga’ i quadri, l’aveva.

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Ma l’hai trovo te ir Mud?

Ehi, macchè!

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Ne’ cassetti ‘un c’era, c’erin de’ fogli ma erin l’istruzioni der crima -friorifero-television o di varche artro caterere.

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“Mah, sarà in una busta der sindacato! 

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Insennò n’una cartellina di carta”  -penso io…

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Mi pa’ quando va ar patronato per el mi nonno, a vede’ della pension der mi bisnonno, i fogli po’ ni mettan tutti ammodo, nella su’ bustina imbustati che lu’ se ne vien via sempre ‘ontento!

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Alla fin, t’ariva leqquì su un machinon di viallaggiù cor su autista (anco lì ‘un vo’ pensa’ a quatrini che ispende a noleggià tutto) e scende tutta sciantosa e ‘mprofumata péggio dell’arbremagicche.

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Si fa le presentaśzioni, mi conferma che “Trombi” ( di cognòme ) reverenśie, comprimenti e m’ammicca:

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“ L’ha capito ir MUD ?”

“S’è per quello ‘un l’hó neanco trovo!”

“Via via, venghi che ni spiego…”

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Si va verso Uno, di’o io “Sarà ‘r su ragioniere” envece era l’architetto Italo-romeno di nome ( e di fatto ) Mika Tantoschietto.

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“Siam arivi! Ora si scènde” 

– faccio trammemmè.

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Luqquì parte co’ na scaria di discorsi a biscaro che n’hó ‘ntesi meśzi soli.

Lo vòi sape’?

Lo vòi sapé ir MUD?!

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‘Ntanto si scrive MOOD che è parola anglese, sarébbe a dì, ne’ cristiani, l’umore e, ne’ posti, l’ammosfera. 

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Sarébbe lo stile, roba di classe ammodo ammodo mi’a lupini!

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Ma che vòi sape’ te che ‘un sei mai sortito di ‘asa perché ch’hai d’attende a cunigliori?!?!

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Finale.

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Cornicie ‘un n’ha prese punte, ha preso du’ stampine che po’ ci pensa le’ a ‘ncornicialle coll’architetto o l’intiriodesain, che luqquì urtino ‘un c’era ma penso sia Uno che fa le ‘ornicie.

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Hó chiappo tutte le mi topate e biscarate, l’ho involtolate nella plasti’a ( che ‘un avessero a rompisi o figlià ) e son vensuto via meśzo mencio.

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Facevo per monta’ sull’ape, mi vièn ir muratore accanto e, senśa fassene accorge mi dice:

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“Speriam Armeno te ti paghi!

Se ‘ sordi devon fa vest’effetto vì, bella mi’ miseria!”

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Òra io mi domando e di’o:

“ Ma Armeno chi sarà?

 I’ ragioniere?”

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storiella di fantasia de Il Lustro

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il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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