Bella mi’ miseria

Bella mi’ miseria

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Segondo un luogo comune…

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ar tavolino si sta méglio quando s’è “belli pièni”!

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M’è capitato, ‘na sera che era ancòra cardo, d’indà a fa ‘na bevutella in un baretto lì  in città . Tanto ero da me, a chie ni dovevo da noia?!

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La sera prima c’era ‘n fottio di gente drento Lucca, chie a ascortà la musi’a , chie a discore, chie a passeggià, ma tutti ( e di’o “tutti” ) a mangia’ e a beve.

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Piuccheartro, òra che mi ribolle, erino a beve, ma ‘nsomma, sempre di tirà giù per el gogio, si parla.

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Insomma mi son misso lì, bono-bono, ar fresco sotto l’ombrelloni fòri, cor mi corettin ner bicchierin di vetro.

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Per la via passava poga gente, clienti ar bare ce n’erin duottré soli, sicché, se ‘un volevo discore cor palo dell’ombrellon ( così mi portavin a Maggiano e festa finita ) , mi son messo a ascoltà i discorsi d’un gruppetto, òmini e donne, che avevin fenuto allòra di cenà sur teraśzo propio sopra ar bare.

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Di sotto, d’induv’ero io, sentivi tutto ammodo, parola per parola, anco a ‘un volé ascortà ti toccava…

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“Teraśzo” era teraśzo per mododidì, perché era grosso quant’e casa mia tre vorte; tutto recintato con la su bella lindiera incicciorata, fiori penśolon da vvasi, impianto musiale, television con Skai, aradi, luci e di tutt’i crismi.

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A sentì avevin mangiato da affogà e erin belli saśzii, ma lorolì, ‘un erin pieni sortanto ner senso della pancia… 

erin pieni anco di vatrini, che ne dovevin avè tantimai da ‘un sapè indove mettili…

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“Lo sai, hó cambio la machina, ho ripreso ir Suvve, sai vella sportiva era scomoda… ‘un ti di’o ver che ‘un m’è gostata… po’ ‘r bollo…po’ a governalla…”

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“Oh tò…’un lo sai che è tuttunispènde! A me m’è arivato LICI delle case che c’hó a Viareggio…mah…come si farà a pagallo?!? Anderò da mi’ ‘nquilini a sentì se possano anticipa’ lòro…dartronde, oh, ci stan lòro , veh!

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“Hai visto com’en amentati i preśzi delle ‘ase? Però quando po’ vendi te, ‘un ti dan nulla… no che vogli vende io, che ‘un n’hó bisogno, ma ‘un è mia giusto eh! Anco ‘r carello della spesa òra ci vor di piantacci du’euri, prima bastava un.

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“Eò, che credevi?!? Ir gasse, la luce, l’acqua, ir pattume… sarébbe méglio ‘un ave’ nulla così ci pagherebbin tutto come fan a’ disgraśziati “

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Òra io vò dì, lorovì erin pieni, ma pieni-pieni aiutimi a dì pieni!

Possibile che si dovessin lamentà a quella maniera lì ?!?!

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Che po’ ….‘un ci son artri argomenti che i sordi?!?

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Si dice che è maleducaśzion parlà a tavola di politia e di malatie ma anco discore sempre e sortanto di sordi….e po’ lamentassi a quella maniera lì…

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Piuttosto parlassin di “pelo” come fan i ragaśzotti ar bare e insennò di “bottino” come si fa alle cene quando s’è briai.

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Oh bì, lo vòi sapè?!?

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Se esse’ pieni deve fa vell’effetto lì, se a esse’ impalancati bisogna lamentassi, se la riccheśza ti deve fa parlà di quatrini soli…

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…méglio ‘un avenne!!!

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Ho preso la mi bicirettina e le mi carabattole e ho fatto come il Baglioni.

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Avessi avuto un orinale n’avrei tirato  sur teraśzo a rischio di un coglici e di richiappallo in capo io ch’ero vello sotto.

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C’era un mi’ ami’o che la chiamava perfino, la Miseria, lo sentivi sempre mentovà:

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“Ha da vienì ‘na bella ventata di Miseria!!!”

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de Il Lustro

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il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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