Le nostre mura segrete

Le nostre mura segrete

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1959

Alla ricerca costante di passatempi sempre più intriganti scoprimmo che sotto i baluardi delle Mura c’era una città sconosciuta.

Ogni baluardo aveva uno o più ingressi, a volte totalmente liberi ed incustoditi ed altre ostacolati da vecchi cancelli di legno troppo facili da superare.

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Questi cunicoli sotterranei ci attraevano per la sensazione di mistero che stimolavano in noi.

Quello che c’era sotto il letto l’avevamo già visto quando eravamo più piccoli e dovevamo allargare i nostri confini di esploratori.

Era sufficiente tenere in mano una pila e dimostrare agli altri compagni di avventura un coraggio che non tutti potevano avere.

Purtroppo ero tra quelli e, non potendo ammettere una cosa inammissibile, ricordo ancora il terrore presente nel cuore del ragazzino che doveva fingerlo di non averlo.

L’unica cosa che potevo fare era quella di non essere mai il primo della fila.

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La paura dei ragni deve essere venuta fuori in quei posti.

Le ragnatele ed i loro costruttori erano da tutte le parti e, a volte, era assolutamente impossibile passare senza essere continuamente a contatto con queste perfide e perfette strutture composte di fili appiccicaticci.

Quelle forme nere al centro delle costruzioni, così vicine alla mia faccia, mi incutevano una paura che non sapevo spiegarmi ma che dovevo comunque riuscire a controllare.

Sembravo l’unico a dover reprimere un panico che, in realtà, non poteva non essere generalizzato.

L’interno delle Mura è tutto una serie di cunicoli piccoli e grandi, larghi e stretti, alti e bassi che salgono e scendono, alternati a grandi locali che prendono luce da grate esposte chissà dove.

Dovunque si volgesse lo sguardo si vedevano solo sassi, molto simili a macerie, come se le volte sopra di noi fossero crollate e, di tanto in tanto, si trovavano anche pezzi di abiti lasciati da chissà chi.

Oltre ai ragni, quei luoghi abbandonati erano la casa di innumerevoli altri animali.

Cerano gatti che sembravano tutti malconci e malati tanto erano “rachitici” e che, in quanto felini, erano silenziosi come il buio che ci circondava.

Riuscivamo a vederli solo quando i loro occhi incrociavano i fasci di luce delle nostre torce.

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L’incontro con cani randagi, fortunatamente, era molto raro ma, quando accadeva, erano dolori. Sbucavano improvvisamente dal buio profondo abbaiando e ringhiando come leoni e la mia adrenalina si mescolava copiosa a quella degli altri come quando, nelle sale più interne, andavamo a svegliare i pipistrelli.

Quando svolazzano in ambienti chiusi sono più rumorosi di un treno. Erano emozioni forti. Proprio quello che, insieme agli altri, andavo cercando.

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testo di Enzo Puccinelli

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foto de Il Lustro

il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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