Il chiappa-fii

Il chiappa-fii

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“Il chiappa-fii”

 racconto di fantasia

 

“L’avessi òra

tutte le volte

che me l’appoggiava

ritto e bello!”

 

Mentovava la mi’ zia

nel letto l’ultimo.

 

E sai, n’era rimasto lì per chiodo fisso, come ni capita a chie, ‘n vecchiaia, sbaroccia e ‘n punto di tirà ‘l calśin, pare viaggi in altri lidi, di rivedé su mà e su pà, di chiamà il figliolo come il marito-ito; e ‘nsomma….“brutto” è brutto vedé chi ni si vòl bene fòr di testa, però ‘un si sa se per el matto sii méglio sta così , piuttosto che vedessi decadé di ‘orpo.

Figlioli, alla zia, ‘un n’erin viensuti, e sì che, provacci, ci provava i giorni pari e quelli biscari, sempre col zio, questo s’intendi, per diamine era donna di chiesa la zia!

La colpa d’un avenne uti punti, neancoadillo, era del zio;

dice che da giovinotto ni s’era rovesciata la vacca, n’aveva scalciato e l’avea colto propio lì, tra il lusco e ‘l brusco…

indove ‘un ci batteva il sole mai,  c’aviva battuto la vacca, un colpo secco come quelli del cannon di san Paolino.

I gioielli tutto al su’ posto, la sistola funzionava e non soltanto per piscià, ma si vede i “beini” s’erino sdegnati o erin iti in villeggiatura chisà ‘nduve…di tornà, neanc’a parlanne!!!

 

La zia, ‘un avendo partorito mai, n’era rimasto quel culino strinto a bamboretta, il fisichino lungo e un bel personalin che, vista dietro, co’ capelli sempre tinti maroni anco da vecchia, passando davanti il bare ci rimanevino anco i giovanotti.

Qualcun, senśa fassene ammosca’,  perfin s’alśava  dalla briscola per indà a vedenni il grugno davanti , ma po’, tornava lesto al tavolino, a ridici con quell’altri,

che ce l’avea-uti il giorno avanti.

 

“Dietro Liceo e davanti Museo!”

– ghignavino.

 

I capelli l’aveva portati tinti infino a vecchia-vecchia, rossetto sempre anco sulle grinśe, perfino quando la bocca pareva un culo di gallina ( vecchia anco la gallina e bòna giusto per el brodo di Natale).

 

Òra, che zia era fòri ammodo com’un teraśśo, ni continuavino a tinge que’ tre peli, dicevin che la su volontà indava rispettata: qvella di quand’era sempre in testa, logiamente , la volontà d’òra sarébbe stato un casino a stanno dietro…un giorno chiedeva la machina, che po’ la patente ‘un l’aveva ma’uta, quell’altro di vedè la su’sorella, che già a ttrovalla ‘n camposanto ci voleva la falciana nè pruni a fassi largo.

 

La zia era stata sempre curiosa, la su camera era al piano sopra e la finestra dava d’avanti a tutto sole, sul cortile.

Pe’riparassi dal caldo avevin piantato un fio di canto casa, un fio di quelli bianchi settembrini, che d’estate fan tanta foglia e fresco anche, e a settembre regalin un fottio di fii dolci come l’ansuccaro.

 

Anno dopo anno, la pianta era vensuta sussù, cresciuta un dieci bracci, tanto per alto, tanto per largo e le barbe avein caminato e svelto i pietroni torno muro.

 

“Anderà levato il fio”

mentovava il nonno bonanima mentre col su bastoncin picchiettava sulle pietre, ma la pianta ‘un la levaron mai, pareva fanni spregio a sverge un albero così in salute:

i fii d’altronde piacevin a tutti, zia in primisse!

 

Si levò il nonno però, s’ispense un anno a primavera e i fii, ‘un fece a tempo a mangialli quell’estate: si levò in volo verso i cieli, un po’ come le farfalle nella valle del Baglioni.

 

Si diceva della zia, del zio e del fio…

 

La zia, già da giovane quand’era sempre vivo zio, ni garbava tené la finestra aperta e godè, del fresco, della vista del fio e di tutt’i resto, il zio compreso.

Dunque…d’inverno le finestre en chiuse, sicché ‘un si doverebbe sentì nulla, però d’estate, a finestre spalancate hai voglia te se si sente tutto…e tutto ammodo! Uno sniaulio neanch’i ggatti di corte quando andavin innammoro!

 

Per di più ni garbava propio sta sul davanśale, zio al seguito, a godè di tutto il corimidietro già mentovato.

 

Il  segnale era sempre il solito!

 

Lo zio pigliava la spicca e “ladrava” un meśzo canestrin di fii, appuntellava la ladra contro il muro, che la “schiappa” della canna spuntasse ammodo dalla finestra , e po’ saliva su e montava, insomma un po’ montava e un po’ saliva.

La “quistione”, a dilla tutta, principiava già sul presto, perché la zia era tutto un ammiccà di matinata:

 “Guarda là che fii belli”

“Eh ma stasera li vo coglie”

“Qualcuno però è pallone”

“Van levati sennò se piglin l’acqua apran la bocca tutti”

“Quelli a collo torto chisà come son dolci”

“Quelli seccaricci sono ansuccaro !”

 

C’è da dì che anche zio, di coglie i fii,’ un ni veniva mai a noia…su rappi non ci montava che diceva quella pianta fusse traditora:

 

“ ‘un s’avesse a scoscià anco lè”

 

Infino all’ultimo e da vecchio, finché n’arivava,  n’agguantava e, anco pogo, ma Un al giorno se lo portava a casa, appuntellata o no ,la zia e la spicca.

 

La zia preferiva chiama’ la spicca, quella canna aperta in cima, il “chiappa-fii”, al maschile…’un si sa il perché !

L’idea del chiappa-fii ritto, appuntellato canto alla finestra, ni doviva suscità de’pensieri tutti sui, delle voglie strane dolci e appicciose come i frutti.

 

La virilità dello zio era poi una ‘osa eccezionale: anco se lo vedevi sempre vecchio, ne’campi pareva un gatto tanto era lesto a vangà, sarchià e coglie, però i su’annetti l’aveva tutti sul groppone e l’ultimi anni ni vense perfin la gobba, che a toccalla porta bene a quell’altri, ma se tu l’hai te,  ‘un è mia tanto ganśo!

 

La gente ‘nfingarda ‘nsinuava che il trucco dello zio fusse il latte di fio, fatto a decotto o schietto, da facci l’impacchi nella località “calcio di vacca”…anśi, che quelle propietà afrodisiaco-miraolose del latte del fio, l’aveva scoperte propio per caso, in occasione del colpo basso bovino; lipperlì ‘un sapeva come “coprì” il dolore e tamponà la zona e, l’unico adamiti’o fogliame, fu appunto quello d’un campagnolo fio.

Quando la zia s’allettó lo zio era già ito da diecianni.

Ci toccò fa la cassadamorto un po’ più alta per via della gobba e anco lì , qualche spiritoso del bare , indó a dí che era morto a coso stecchito.

“Billo ritto ‘un sente consiglio”

dicevino.

La verità era che la morte ‘un ne voleva sapè de’ discorsi…a chi toccava ‘un bronciolasse…lè si che stava fissa a billo ritto.

Prima il nonno Quinto, poi lo zio, tre anni prima era viensuta l’òra della nonna e questo turno toccava a zia.

“Oimmene…” – Muguló zia

“Ditimi” – rispondetti

“Induve l’hai appuntellato il chiappa-fii ?

“Zio ‘un c’è…è nel campo…”

“Oh chi sei te?”

“Zia Pia son il vostro nepote prediletto…Pio, quello che s’é fatto préte…”

“Poettin indù sei?!? Chiamatimi il mi marito, Poettin vieni … sorte dal campo che è òra di cena”

Bisogna specifià, che il nòme “Poettin” fu un’erore doppio dell’anagrafi briai del comune; il nonno del mi zio faceva Poletto, perché la su zia era Paola e già s’erin sbagliati d’una “A”; quando nacque il mi zio ni volsero da il nome del su nonno, quindi Polettino, e que’brodi si risbagliónno e ni levónno una “L”:

che innioranti!

Ni rimase Poettin ‘un si sa se per isbaglio o per fanni ispregio a su pà , per via d’una bega su un passo in corte.

“Poettin, tirimi un fiin…”- rimugoló zia – o che ci fa un prete vì !?!

Detto fatto, il tempo di fanni l’unsione e la zia era bella e che ita.

Mi riordo mentovava sempre il detto:

“Quand’ero vivo io

non maturava neanco un fio

e òra che son morto

enno tutti a collo torto”

Ma fii il fio ‘un ne fece. Vense giù che era luglio, si sentì un colpo . Quanti anni era che era lì ‘un ne lo dite, io ce l’ho sempre visto.

Il tronco era tutto beito, fòri un si vedeva nulla, le foglie verdi, i fii n’aveva tanti da maturà ma si restó in voglia.

Fòri ammodo e drento scavato, tarmito, tutto vòto…mi vensero a mente i beini dello zio Poettino che dovivin esse’ rientrati dalle ferie.

 

di Dario “Lustro” Barsotti

foto del mitico Giuseppe Pardi

il Lustro
dario.barsotti@hotmail.it
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